Le cinquecentine della Biblioteca del Liceo Beccaria

Il fondo di cinquecentine del liceo Beccaria proviene dalla biblioteca del liceo di S. Alessandro, ubicata nell’edificio che fu sede delle scuole Ar-cimbolde prima, e dal 1810, anno della soppressione dei Barnabiti, delle Palatine. Difficile perciò stabilire da quale delle due biblioteche scolastiche precedenti ciascuna cinquecentina ci sia giunta. Molte di esse (sono in tutto ottantotto volumi) nella carta di guardia portano l’iscrizione al fondo Bossiano Alessandrino, un lascito del padre Carlo Bossi, che, entrato nell’ordine dei Barnabiti nel 1594, al collegio di S. Alessandro fece dono, oltre che di una raccolta molto ricca di testi e manoscritti, anche di dipinti di valore. La mancanza, tuttavia, di altre indicazioni visibili in forma di note manoscritte, timbri, ex libris sul frontespizio o sulle carte di guardia, anteriori e posteriori, dei libri non ci permette di saperne di più. Il fatto, comunque, che tale fondo non sia registrato presso la Biblioteca Braidense, il cui catalogo è il più completo relativamente al periodo in questione, ne denota una circolazione ristretta. Stando ai dati, tutt’altro che definitivi, forniti dall’Istituto centrale per il restauro, alcune delle cinquecentine della biblioteca potrebbero, se non rappresentare le uniche copie rimaste (per es. Gli elementi di geometria di Euclide), almeno essere annoverate fra le poche copie esistenti delle rispettive edizioni (è il caso delle Ornithologiae di Aldrovandi, presenti, oltre che nella nostra biblioteca, solo in quella dei Georgofili di Firenze e nella Marciana di Venezia). Le cinquecentine, relativamente all’aspetto materiale, si presentano come disomogenee, ma con tutte le caratteristiche dei libri del Cinquecento. Le legature più numerose sono quelle monastiche di tipo corrente in pergamena floscia e rigida, che al loro interno presentano cuciture di tipologia diversa, quasi tutte su nervi in cuoio o in pelle alluminata, in rilievo. In esse, per lo più, l’assemblaggio è più antico del rivestimento: in particolare i nervi doppi e la cucitura a spina di pesce sono un retaggio della legatura medievale, in certe zone geografiche ancora presente per tutto il ‘500. Non mancano anche coperte eleganti in cuoio con decorazione a secco di fine ‘400 successivamente riutilizzate, che denunciano l’appartenenza del libro a privati. D’altra parte le carte di molti volumi, rifilate soprattutto sul taglio di testa, rivelano che il procedimento di riutilizzare coperte precedenti, adattando a esse il formato dell’insieme delle carte, era un’operazione molto frequente. In generale poche sono le coperte del ‘500, in numero maggiore quelle d’età posteriore: le più numerose sono del ‘700 e’800 in carta marmorizzata, forma di rivestimento assai più economica della pelle. Talune di queste sono state realizzate con effetto radica. Per quel che riguarda le carte impiegate, quelle dei libri stampati prima del 1550 sono tutte di buona qualità; non altrettanto quelle dei testi stampati dopo questa data, cosa non sorprendente, visto che, gli esperti ci fanno sapere, i procedimenti di lavorazione della carta dopo la metà del ‘500 cambiano, così come peggiorano i materiali primari impiegati, per il grande impulso impresso alla produzione della carta dalla sempre maggiore diffusione della stampa. Talvolta le risme di carta utilizzate in uno stesso libro sono diverse, come si evince dal diverso colore delle pagine, che indica la provenienza dei fogli da cartiere differenti. Particolarmente pregiate le edizioni di inizio Cinquecento, nelle quali l’impostazione grafica e la decorazione ripetono quelle dei manoscritti medievali, dalle spaziature all’uso delle vignette ai capilettera, alcune delle quali bellissime per l’uso, che mantengono, di colori diversi. La numerazione non sempre è a pagine, talvolta è a colonne. Alcune cinquecentine sono illustrate con incisioni di gran pregio, spe-cie quando l’editore è importante come Giunti (vedi il Virgilio del 1554). Lo stampatore più ricorrente è Grifio; Aldo e Paolo Manuzio, eredi del grande Aldo, sono presenti con una cinquecentina ciascuno. Lo stato di conservazione dei libri non è sempre buono. Fermagli e bindelle, laddove c’erano, raramente si sono conservati. Rari anche i capitelli. Le carte di guardia, invece, non mancano quasi mai. Nelle pagine interne il testo risulta quasi sempre leggibile, anche quando acidità e ossidazione hanno lasciato i segni o alla carta la collatura non è stata data in modo omogeneo. Le macchie d’unto e di fango, poi, così come le pagine rovinate dai tarli, peraltro non numerosissime, fanno parte del corredo che ogni libro antico si porta dietro. Non tutti i libri sono stati sottoposti a restauro, ma ciò non è da considerarsi necessariamente un male, considerata l’eccessiva disinvoltura di certi interventi ricostruttivi otto-novecenteschi, che fanno dire agli esperti di conservazione libraria che i veri nemici dei libri non sono i microrganismi, ma i bibliotecari troppo zelanti e i restauratori ignoranti. Fra tutte le cinquecentine gli Elementi di geometria di Euclide del 1509, meritano una particolare attenzione per antichità, eleganza e stato di conservazione. La pergamena floscia della coperta non è quella originale, ma è co-munque ottimamente conservata. La legatura, come si desume dalle cuciture visibili, coi nervi in pelle alluminata, è ancora di tipo medievale. Il taglio è dipinto di rosso. Bellissima la carta delle pagine, così ricca di calcio da non aver subito le conseguenze dell’aggressione acida (la cartiera potrebbe essere di Fabriano). Eleganti i caratteri di stampa, ottimo l’inchiostro di nerofumo, che, in quanto privo di elementi ferrosi, non ha perforato le carte. L’impaginazione, coi grandi bordi, è ancora quella del libro manoscritto, a cui rimandano anche i capilettera raffinatissimi. Quanto ai titoli, le cinquecentine della biblioteca spaziano dai classici, soprattutto latini (Terenzio, Cicerone, Virgilio, Orazio, Valerio Massimo, Lucano) ma anche greci (Esiodo, Aristotele, Dionigi di Alicarnasso, Appiano Alessandrino, Luciano), ad autori della letteratura italiana (scarsi, per verità, ma con la presenza curiosa, accanto a Dante Petrarca e Tasso, di Della Casa, Gelli con La Circe e Folengo con la Macaronea), a raccolte di viaggi (G. B. Ramusio), ai discorsi politici del Paruta, alle dispute del Bellarmino, a testi di geometria(Euclide), di astronomia (Tolomeo, Copernico), perfino di ornitologia (U. Aldrovandi) e di tecnica di costruzione degli orologi a sole (C. Clavio e G. P: Gallucci). Non mancano, naturalmente, opere di contenuto religioso (Tertulliano e Agostino, oltre alla Bibbia) e di consultazione (un Calepino del 1550). Gran parte dei titoli esula dall’ordinamento scolastico barnabitico, fondato, almeno inizialmente, sugli insegnamenti di umanità e retorica (fra i quali non trovava posto nemmeno lo studio dei classici italiani), e solo successivamente apertosi al campo scientifico. Non è perciò infondata l’ipotesi che i testi della biblioteca fossero destinati più alla consultazione dei padri che non a quella degli studenti, anche considerando che i classici latini sono presenti in edizioni in cui non sono evidenti interventi di censura, ai quali, ci è noto, erano sottoposti nelle scuole del tempo anche autori come Virgilio e Orazio (nella Ratio studiorum gesuitica, per esempio, si dice che il professore di umanità deve sì spiegare questi due poeti, ma con le debite precauzioni, evitando di Virgilio le Ecloghe e il quarto libro dell’Eneide, e presentando di Orazio edizioni “espurgate da ogni parola oscena”). Ad accreditare questa ipotesi è però soprattutto la presenza tra le cinquecentine del De revolutionibus orbium coelestium di Copernico, le cui tesi, condannate da Paolo V, furono rivalutate solo nel ‘700 in un decreto di Benedetto XIV, mentre bisognerà aspettare il 1820 per l’accettazione della dottrina della mobilità della terra da parte della Congregazione del S. Uffizio.

* Un sentito ringraziamento alla dottoressa Franca Alloatti della Biblioteca Braidense per la preziosa consulenza.