Fughe, arresti, omicidi

Il crollo dei Romanov, del Kaiser e degli Asburgo. Le morti di Hitler e del Duce Le stragi di palazzo in Medio Oriente, l’ epilogo sanguinoso di Ceausescu L’ egiziano Faruk, detronizzato, ironizzava al casinò: «Resteranno solo i re delle carte» Nel suo ultimo viaggio, Mussolini aveva con sé un delizioso libretto su Mozart. Nelle fotografie dei palazzi di Saddam, pubblicate negli scorsi giorni, appaiono mobili stravaganti, sedie dorate, divani sontuosi, corridoi di marmo e lussuose sale da bagno. Ma non vi sono biblioteche. Conosciamo i gusti del raìs, ma non le sue letture. Ha scritto, a quanto pare, un romanzo fantapolitico, con forti toni eroici e patriottici. Ma non sappiamo che cosa leggesse e se si fosse documentato, negli ultimi anni del regime, sulla sorte dei «grandi uomini» che hanno drammaticamente perduto il regno o lo Stato. Aveva un modello di cui desiderava imitare le gesta? Ha scritto la sceneggiatura della propria fine e le ultime battute del dramma di cui è stato protagonista? Sapeva che Hitler, nel bunker della Cancelleria, aveva inserito nel suo testamento politico un amaro confronto tra il suo acerrimo nemico, Winston Churchill, e Charles Fox, fautore di un accordo con Napoleone? Sapeva che Mussolini, partendo per il suo ultimo viaggio dalla prefettura di Milano, nell’ aprile del 1945, aveva scartato le letture storiche e portato con sé, insieme a una borsa piena di documenti, soltanto una deliziosa operetta romantica di Eduard Mörike, «Mozart in viaggio per Praga»? Sapeva che Fulgencio Batista, dittatore di Cuba, era fuggito su una barca alla volta di Miami e che Nicolae Ceausescu, dittatore della Romania, era partito in elicottero dal tetto del palazzo del Comitato centrale? Fra qualche giorno, forse, sapremo se Saddam ha scelto la morte di Hitler (un colpo di pistola alla tempia) o quella di Salvador Allende (una raffica di mitra dopo un ultimo tentativo di difesa nel palazzo presidenziale), la fuga di Guglielmo II, Kaiser di Germania (un piccolo corteo di macchine attraverso la frontiera olandese), o quella del mullah Omar (una corsa in motocicletta attraverso le montagne dell’ Afghanistan). Per ora, in attesa di sapere come cadrà il regno di Saddam, possiamo «ripassare la lezione» e ricordare brevemente quale fu la fine di altri Stati e imperi dagli inizi del Novecento ai nostri giorni. LA FINE DEGLI ZAR – La nostra serie storica comincia a Pietrogrado, nel marzo (vecchio calendario) del 1917, dopo il fallimento della grande offensiva del generale Brusilov. I presagi del collasso erano nel cielo della città, come altrettante comete, da alcune settimane. Il 30 dicembre il monaco Rasputin, avido e intrigante consigliere di corte, era stato massacrato da un gruppo di nobili e gettato in un canale della Neva. Nel palazzo imperiale uno zar buono e una zarina devota avevano progressivamente perduto qualsiasi contatto con la realtà. Nella periferia della capitale gli operai delle fabbriche e gli scaricatori del porto davano segni di ribellione. Quando la gente cominciò a tumultuare sulla Prospettiva Nevskij e la Duma rifiutò di piegarsi a un decreto imperiale che ordinava la sua dissoluzione, Nicola II abdicò per sé e per i suoi discendenti in favore di un fratello, Michele, che rinunciò al trono poche ore dopo. Dopo avere regnato per tre secoli e celebrato il loro trecentesimo compleanno nel 1913, i Romanov uscirono di scena e abbandonarono il potere nelle mani di un gruppo di liberali e democratici. La Russia divenne repubblica e il suo Primo ministro fu per qualche mese un socialista democratico, Aleksandr Kerenskij, deciso a continuare la guerra nel campo delle grandi democrazie. Non durò molto. In novembre un incrociatore, attraccato a una banchina della Neva, sparò a salve qualche colpo di cannone e un drappello di guardie rosse entro nel Palazzo d’ Inverno. Poche ore dopo, Kerenskij fuggiva a bordo di una automobile dell’ ambasciata americana e Vladimir Lenin annunciava al mondo, nella sala da ballo di un collegio femminile, che «si era compiuta la prima grande rivoluzione socialista». DA KIEL A MADRID – Un anno dopo toccò all’ Austria-Ungheria e alla Germania. Il segnale venne da Kiel, dove i marinai della flotta tedesca, rifiutarono di scendere in mare per battersi contro le navi inglesi. Nelle ore seguenti l’ esempio di Kiel si propagò attraverso il Paese e costrinse Guglielmo II ad abbandonare la capitale. A Monaco fu costituita la repubblica bavarese. A Budapest il Parlamento proclamò la separazione dall’ Austria. Nei reggimenti e nelle fabbriche vennero creati i primi «soviet degli operai e dei soldati». Dominato dall’ ossessivo ricordo dell’ abdicazione del cugino Nicola, il Kaiser cercò di resistere, ma dovette cedere. Rinunciò al trono e fuggì nei Paesi Bassi dove poté, grazie alle autorità olandesi, sfuggire agli Alleati che volevano processarlo come criminale di guerra. A Vienna, nel frattempo, l’ imperatore Carlo d’ Asburgo, salito al trono dopo la morte di Francesco Giuseppe, chiudeva con l’ abdicazione la lunga storia di una piccola famiglia svizzera che aveva, al vertice della sua fortuna, dominato l’ Europa e le Americhe. L’ ultimo atto della Repubblica spagnola si consumò fra la conquista franchista di Barcellona nel gennaio del 1939 e la resa di Madrid e Valencia alla fine di marzo. La flotta fuggì a Biserta, in Tunisia, dove si arrese ai francesi. I consiglieri sovietici tornarono a Mosca dove precipitarono nel vortice delle purghe staliniane. I ministri e i dirigenti dei partiti trovarono asilo a Parigi, Buenos Aires, Città del Messico. Una lunga fila di miliziani, spesso accompagnati dalle loro famiglie, si arrampicò sui Pirenei, attraversò la frontiera e finì nei campi di raccolta allestiti dalla Repubblica francese. IL TRIS ITALIANO – Nella storia delle grandi cadute del Novecento l’ Italia ha diritto a tre capitoli. Nel primo, Mussolini venne arrestato da un colonnello dei carabinieri, dopo una udienza con Vittorio Emanuele III, e il Paese passò dolcemente, con qualche esplosione di gioia e di rabbia, dal regime fascista a un regime paternalistico e autoritario che piacque probabilmente al generale Franco e ad Antonio Salazar, bonario dittatore portoghese. Nel secondo, Vittorio Emanuele e il suo governo abbandonarono Roma frettolosamente per imbarcarsi a Pescara e trasferire al Sud, nella zona già occupata dagli alleati, un simulacro di Stato italiano. Nel terzo, Mussolini e il vertice della Repubblica sociale fuggirono da Milano e incapparono entro pochi giorni nelle maglie della giustizia partigiana. Il maresciallo Pétain, capo dello Stato francese, aveva avuto maggiore fortuna. Andò in Germania al seguito dei tedeschi, trovò rifugio con altri uomini politici nel castello dei Siegmaringen, venne arrestato dagli alleati, processato e condannato a morte. Ma fu graziato e finì i suoi giorni nella fortezza di un’ isola della Baia di Biscaglia. Ancora più fortunato di lui fu l’ imperatore del Giappone. Gli americani impiccarono alcuni responsabili del regime e rinnovarono l’ intero Stato giapponese, da capo a piedi, ma ebbero l’ accortezza di capire che la presenza di Hirohito avrebbe reso le loro riforme più tollerabili. SECONDO DOPOGUERRA – Dopo la fine della Seconda guerra mondiale e l’ instaurazione di sistemi comunisti nei Paesi conquistati dall’ Armata Rossa, l’ Europa divenne, con qualche eccezione, un’ area di notevole stabilità politica. Le eccezioni furono soprattutto due: la Grecia, dove i colonnelli s’ impadronirono del potere nel 1967 e lo tennero sino all’ agosto del 1974; e il Portogallo, dove il successore di Salazar, Marcello Caetano, fu travolto in un tripudio di garofani dal logorio delle ultime guerre coloniali, in Angola e Mozambico. Il caso della Spagna fu assai diverso. Il franchismo morì dolcemente e la sua lunga agonia permise che sotto la dura scorza del regime autoritario si formasse, con qualche saggio compromesso, la pelle di una nuova democrazia. La morte dei regimi, in quegli anni, è un fenomeno che interessa soprattutto i nuovi Stati, emersi dalla fine dei grandi Imperi in Africa e in Asia. Fra parecchie dozzine di rivoluzioni, putsch e stragi di palazzo, scelgo la fine di tre regni. Faruk, re d’ Egitto, fu detronizzato nel luglio del 1952 da una sollevazione di militari e finì la sua vita nei casinò italiani e francesi dove aveva l’ abitudine di dire, con disincantata ironia, che ben presto i sovrani, oltre alla regina d’ Inghilterra, sarebbero stati soltanto quattro: i re di fiori, picche, quadri e cuori. Feisal, re dell’ Iraq, fu massacrato con la sua famiglia a Bagdad da una rivolta di ufficiali nazionalisti nel luglio del 1958. E lo scià dell’ Iran abbandonò Teheran in aereo il 16 gennaio del 1979 per fare posto all’ Ayatollah Khomeini che venne entusiasticamente accolto allo stesso aeroporto, sedici giorni dopo, da tre milioni di persone. IL CROLLO COMUNISTA – Comincia infine nel 1989 la crisi dei regimi comunisti. Quasi sempre senza spargimento di sangue (l’ eccezione fu la Romania dove Ceausescu e sua moglie vennero trucidati da un gruppo di congiurati opportunisti), se ne andarono i leader tedesco-orientali, polacchi, cecoslovacchi, ungheresi, bulgari, albanesi e, naturalmente, sovietici. Molti di essi andarono a riposo, ma alcuni fra i più giovani uscirono da una porta e rientrarono dall’ altra. L’ ultimo a uscire di scena fu Milosevic oggi all’ Aja per un processo in cui si difende, occorre riconoscerlo, con uno stile aggressivo e brillante. Un’ ultima osservazione. La fine di un regime porta generalmente la data della morte o delle dimissioni del suo leader. Ma è quasi sempre una data convenzionale. Scomparso il leader, il regime sopravvive parzialmente per mesi o anni. Ed è in questa fase di passaggio dal vecchio al nuovo che le cose si complicano e la vita diventa spesso difficile.
Amb. S. Romano