Alcune riflessioni sull’Europa del Primo Dopoguerra

Alcuni anni fa, in un articolo apparso in un diffuso quotidiano e dedicato a problemi connessi alla riunificazione tedesca, un noto commentatore politico, l’ambasciatore Sergio Romano, riprese uno spunto caro a certa storiografia nell’ultimo decennio del sec. XX, definendo gli anni fra il 1914 ed il 1945 “una seconda Guerra dei Trent’anni” (nota 1) ed indicando nel contempo una ben precisa connessione tra la stabilità politica dell’Europa, la sua unità – almeno d’intenti – ed una condizione di centralità, se non di predominio, dell’elemento germanico nel continente, sia dal punto di vista puramente politico sia, in epoca più recente, in un più ampio contesto politico-economico. Romano sosteneva la sua tesi, suggestiva ma bisognosa di severo vaglio critico, con esempi spazianti dal Medioevo agli ultimi tre decenni del sec. XIX. Pur nella convinzione dell’insufficiente consistenza di molti argomenti addotti da Romano, la definizione da lui riproposta ed il ripetuto riferimento all’iniziale stabilità della situazione politico-diplomatica ottocentesca ed al suo progressivo deteriorarsi nella cosiddetta “belle epoque” mi hanno sollecitato a riesaminare la situazione geopolitica del nostro continente nel periodo fra le due Guerre Mondiali (caratterizzato dal temporaneo appannamento della potenza politica e – almeno in parte – economica della Germania e dell’Austria), con particolare riguardo alle situazioni di reale o potenziale attrito internazionale – ed interetnico – che contribuirono all’innalzamento della tensione politica negli anni Venti e Trenta. Una pur rapida disamina mostrerà come questo quadro internazionale fosse frutto di una politica e di una diplomazia sostanzialmente dissennate, pressoché antitetiche rispetto alle matrici del Congresso di Vienna del 1814-15, dove era emerso un assetto del continente tanto solido da sostenersi con successo per un intero secolo: infatti le successive e rilevanti modificazioni – quali la nascita di Stati importanti come la Germania e l’Italia – non ebbero effetti radicalmente dirompenti sulle fondamentali linee di equilibrio politico sino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Del resto i protagonisti del Congresso di Vienna e dei suoi successivi adattamenti, quali Metternich, Bismarck e Cavour (pur nei limiti impostigli dalle dimensioni e dalle caratteristiche del Regno di Sardegna), si erano sicuramente dimostrati diplomatici di grande acume e politici di levatura non comune(nota 2).

D’altro canto una realistica considerazione della situazione internazionale tra le due Guerre Mondiali non può ignorare le sconvolgenti conseguenze di un conflitto che, in soli quattro anni, aveva coinvolto pressoché tutti gli Stati del mondo in un impegno senza precedenti e da molteplici punti di vista gravosissimo.

Vale la pena di riassumere almeno in parte tale situazione.

Una società stravolta

Il conflitto ebbe anzitutto vaste ripercussioni sociali, diverse nei vari Paesi europei, ma con alcuni elementi comuni. Il ruolo sociale dell’aristocrazia, ad esempio, subì un definitivo tracollo, sino al caso limite dell’ex Impero Russo, dove si giunse alla sua totale sparizione in seguito ad esilii, confische di beni e diffuse eliminazioni fisiche. Anche i ceti borghesi ebbero a soffrire per il conflitto, sia per il cospicuo tributo di sangue versato, sia – ed ancor più – perché quasi ovunque in Europa il ruolo della borghesia, ed in particolare di quella medio-piccola, diminuì per il corrispondente maggior peso sociale dei ceti produttivi, e soprattutto delle masse operaie. Queste ultime nel periodo immediatamente postbellico vennero per lo più spinte a legarsi alle frange estremiste dei movimenti socialisti, viste come efficace baluardo delle conquiste del tempo di guerra (salariali, di considerazione sociale, di tutela sindacale, etc.); a ciò corrispose quasi naturalmente lo spostamento verso l’estrema destra dei ceti medi insoddisfatti.

Un’economia impreparata alla congiuntura

Anche in campo economico la guerra ebbe strascichi, diretti ed indiretti, di enorme rilievo. Anzitutto dal punto di vista puramente socio-demografico: alla tragedia di milioni di morti tra le generazioni di maggiore vivacità e capacità produttiva si aggiunsero problemi legati alla presenza di milioni di mutilati, invalidi, disadattati; ad esempio l’URSS dovette provvedere ai milioni di bezprizornij, bambini abbandonati durante il conflitto e la successiva guerra civile, che negli anni seguenti poterono solo in parte essere recuperati alla vita sociale. Ancor più noti sono i problemi causati dalle ingentissime riparazioni di guerra pretese dai vincitori. L’economista Keynes ne indicò ben presto e con grande lucidità il potenziale dirompente: i Paesi sconfitti, ed in particolare la Germania, avrebbero potuto ottemperare agli impegni soltanto con notevoli eccedenze di capitale, ottenibili con l’incremento delle esportazioni; ma ciò avrebbe turbato il mercato delle altre potenze, e queste ultime si sarebbero difese con l’erezione di nuove e cospicue barriere doganali; inoltre il massiccio trasferimento di valuta avrebbe comportato conseguenze negative per creditori e debitori, mentre il pagamento mediante materie prime e manufatti avrebbe danneggiato i mercati degli stessi vincitori (nota 3). Il risanamento economico in tutta l’Europa postbellica fu così per molto tempo ritardato dai problemi legati al pagamento delle riparazioni di guerra: solo l’allentamento delle pretese dei creditori – soprattutto degli USA, a partire dal Piano Dawes del 1924 – diede respiro sia ai Paesi vincitori, che tentavano di rivalersi sugli sconfitti, sia soprattutto a questi ultimi. Pur meno evidenti, furono di rilievo anche i problemi tecnici legati alle modificazioni territoriali: si pensi alle restrizioni di mercato seguite alla frammentazione di grandi Stati (imperi Russo, Austro-Ungarico, Ottomano); o alle questioni legate alla diversa composizione delle nuove reti ferroviarie, alcune ridotte anche drasticamente (come quelle degli Stati eredi dei suddetti imperi), altre nate da due o addirittura tre reti preesistenti (come in Romania, in Jugoslavia o in Polonia), che a volte avevano adottato standard tecnici diversi o addirittura tra loro incompatibili. Ovviamente le difficoltà di maggior rilievo per l’Europa reduce dal devastante conflitto derivarono dalla rovinosa crisi economica innescata dal crollo di Wall Street dell’ottobre 1929 che, dopo l’illusione di prosperità permanente dei Roaring Twenties, si ripercosse per molti anni sulle indebolite compagini economiche europee (ma anche sudamericane ed orientali). Non a caso la storiografia è pressoché unanime nell’attribuire a questa congiuntura un peso determinante nello svolgimento degli eventi degli anni Trenta, prima tra tutti l’affermazione in Germania del Nazionalsocialismo.

La politica in affanno

Le difficoltà economiche influenzarono inevitabilmente anche la politica interna nei diversi Stati che, pur con pochi tratti in comune, fu in genere caratterizzata dal diffondersi di ordinamenti democratici nell’immediato dopoguerra e dalla loro sostituzione con regimi autocratici negli anni successivi. Ciò è ben riscontrabile con l’avvento di dittature, pur variegate per stile ed ispirazione, in Italia (1922); in Spagna e Turchia (1923); in Albania (1925); in Lituania, Polonia e Portogallo (1926); in Jugoslavia (1929); in Ungheria (1931); in Germania ed Austria (1933); in Estonia, Lettonia e Bulgaria (1934); in Grecia (1936); in Romania (1938). Il fenomeno del resto è spiegabile anche con la sempre più diffusa convinzione, nelle opinioni pubbliche dei singoli Paesi, che solo governi poco condizionati da opposizioni parlamentari potessero affrontare i gravi problemi del tempo. Come sempre in tempi difficili (si pensi come riscontro alle vicende italiane ed europee degli anni Settanta e Novanta) divennero via via sempre più forti movimenti di estrema destra e/o di estrema sinistra, che spesso diedero vita anche a nuove compagini governative; tali movimenti erano tra loro accomunati quasi soltanto dall’opposizione alle strutture economico-politiche esistenti e dall’intento di mascherare obiettivi autoritari dietro motivazioni ideologiche di forte presa demagogica. Di fatto soltanto gli Stati di solida tradizione democratica – quali la Gran Bretagna, il Belgio e, pur con difficoltà, la Francia – resistettero validamente alla diffusa tentazione di autoritarismo. L’eccezione Cecoslovacchia finì brutalmente sacrificata. Le difficoltà economico-politiche contribuirono dunque, ancor più della guerra, al rinfocolarsi dei nazionalismi, aggravati dai problemi connessi alla presenza di forti minoranze all’interno di Stati dichiaratamente nazionali.

La Società delle Nazioni tra speranze e fallimenti

Proprio l’esacerbarsi dei nazionalismi contribuì al fallimento della più promettente iniziativa diplomatica del tempo, la Società delle Nazioni. In verità, le ragioni della sua debolezza furono molte. Ad esempio, sebbene la Società delle Nazioni fosse stata originariamente proposta nell’ultimo dei Quattordici Punti del presidente statunitense W. Wilson, proprio gli USA non ne fecero mai parte; inoltre la Germania, tenuta sotto stretta sorveglianza politica dalle Potenze vincitrici, vi fu ammessa soltanto nel 1926. L’URSS, ritenuta pericoloso focolaio rivoluzionario, vi ebbe accesso solo nel 1934. Altro innegabile e non trascurabile fattore del limitato peso politico della Società delle Nazioni fu il rango secondario, almeno sino al 1924, dei delegati inviati alle sessioni di Ginevra; ciò trova riscontro in particolare tra i rappresentanti dei Paesi (Francia, Giappone, Gran Bretagna, Italia) detentori sin dalla fondazione di un seggio permanente al Consiglio. Uno dei compiti assegnati alla Società delle Nazioni, la promozione del disarmo internazionale (sancita dall’art. 8 dallo Statuto del Consiglio e voluta nella convinzione che proprio il riarmo generalizzato dell’immediato anteguerra fosse stato una delle cause del conflitto), fu poi pressoché vanificato dalla capziosa applicazione della clausola che prevedeva di mantenere le forze armate dei singoli Paesi “al minimo compatibile con le necessità nazionali”. Si assistette così all’immediato e scrupoloso disarmo della Germania (sino alla paranoica distruzione di avveniristici prototipi di aeroplani civili), ma non dei suoi vincitori, che solo nel 1926 istituirono una commissione preparatoria di una conferenza sul disarmo prevista per il 1932. Tali tempi testimoniano oggettivamente, se non malafede, quanto meno una troppo debole volontà in materia, giustificata solo in parte dall’osservazione che il disarmo generalizzato avrebbe favorito proprio i Paesi più dotati di risorse umane, industriali e materiali, ed in particolare la Germania e l’URSS, visti dalle Potenze occidentali come reali o potenziali avversari. La mancanza di molti documenti relativi alle relazioni prebelliche russo-tedesche, distrutti volontariamente o per eventi bellici, impedisce a tutt’oggi di valutare se la collaborazione militare iniziata negli anni Venti tra l’URSS e la Germania – che tra l’altro permise a quest’ultima di sviluppare e sperimentare segretamente aerei, armamenti pesanti ed aggressivi chimici, nonché di addestrare adeguatamente il proprio personale militare – fosse una causa o, più verosimilmente, un effetto di tale atteggiamento dei Paesi occidentali (nota 4). Ma è un fatto che soltanto gli armamenti navali vennero limitati dalle conferenze di Washington (1922) e di Londra (1930): tale diverso regime può spiegarsi soltanto con difficoltà economiche incompatibili con gli enormi costi delle costruzioni navali e/o con la limitata competitività di Germania ed URSS in tale campo. Gli artt. 11 e 15 dello Statuto del Consiglio sancirono l’obbligo di dirimere i conflitti internazionali di fronte al Consiglio stesso o al Tribunale Internazionale dell’Aia; ma le decisioni del Consiglio erano vincolanti soltanto se raggiunte all’unanimità, cosicché di fatto solo gli Stati minori erano obbligati ad adeguarvisi. Ad esempio, nel 1925 un conflitto di confine tra Grecia e Bulgaria venne risolto da un arbitrato della Società delle Nazioni. Ma due anni prima l’uccisione di alcuni italiani, membri di una commissione internazionale incaricata di definire i confini greco-albanesi, provocò il bombardamento navale e l’occupazione di Corfù da parte dell’Italia, che rifiutò l’ingerenza della Società delle Nazioni: la Grecia acconsentì a pagare le riparazioni richieste e la soluzione pacifica della vertenza venne salutata come una vittoria della Società delle Nazioni, ma in realtà fu solo una delle molte e via via sempre più numerose sopraffazioni degli anni Venti e Trenta. Anche le sanzioni economiche (previste nello Statuto all’art. 16 ad integrazione dell’azione arbitrale) si rivelarono inefficaci, come fu ben chiaro nei casi delle aggressioni giapponese alla Cina (1931) ed italiana all’Etiopia (1935); né avrebbe potuto essere altrimenti, anche perché le sanzioni non vincolavano alcune grandi potenze economiche, ed in primo luogo gli USA. Il medesimo art. 16 prevedeva anche sanzioni militari, in realtà mai applicate, in quanto esse erano affidate al giudizio dei singoli Stati membri e le principali Potenze non trovarono mai seri accordi, poiché ciascuna tendeva per lo più ad una difesa partigiana degli interessi propri e/o dei piccoli Stati gravitanti nella propria orbita diplomatica. Un altro compito della Società delle Nazioni, sancito nell’art. 18, consisteva nel registrare accordi e trattati internazionali, con il lodevole intento di sanare la piaga dei protocolli segreti, tanto cari alla diplomazia del tempo; in realtà negli anni Venti e Trenta moltissimi accordi diplomatici furono coperti da un parziale – o più raramente totale – velo di segretezza, che non giovò alla chiarezza ed alla fiducia nei rapporti internazionali. L’art. 19 prevedeva inoltre la periodica revisione di accordi divenuti inapplicabili o in qualche modo costituenti una minaccia per la pace; ma anche tali revisioni potevano soltanto essere proposte, non imposte, il che le condannava per lo più a rimanere lettera morta, specie se toccavano gli interessi delle grandi Potenze. Questa sostanziale inanità contribuì in misura non lieve ad alimentare la diffidenza degli USA (ma anche di parte delle opinioni pubbliche dei singoli Paesi) verso la Società delle Nazioni. Alcune iniziative collaterali della Società delle Nazioni ottennero invece risultati positivi, al punto da venire di fatto perpetuate nel secondo Dopoguerra dall’O.N.U. Esemplari in tal senso quelle per la lotta contro le epidemie, il commercio di oppio e la schiavitù (previste dall’art. 23 dello Statuto); la commissione internazionale per lo sviluppo della cultura, cui parteciparono anche Einstein, il filosofo francese Bergson ed il fisico statunitense Millikan; l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, estesa anche a Paesi estranei alla Società delle Nazioni, fra i quali gli USA. Notevoli furono anche l’assistenza – in collaborazione con la Croce Rossa – ai prigionieri di guerra ed ai profughi (emblematica l’istituzione del “passaporto Nansen” a favore degli apolidi) e la tutela delle minoranze, cui appartenevano allora non meno di trenta milioni di Europei. Inoltre fu esemplare per correttezza ed equità la gestione dei territori (come Danzica o la Saar sino al 1935) direttamente amministrati dalla Società delle Nazioni. Questa pretese anche precise relazioni annuali dalle Potenze affidatarie di mandati territoriali ex-tedeschi ed ex-turchi, nonché regolari controlli sui comportamenti dei diversi Stati europei verso le minoranze: così l’opinione pubblica internazionale poté constatare come alla correttezza della Cecoslovacchia, pressoché esemplare ed apprezzata a livello internazionale (ma non, all’interno, dalle minoranze tedesca e slovacca), corrispondeva la sopraffazione della Polonia nei confronti di Tedeschi, Lituani, Bielorussi ed Ucraini. Anche in questo ambito ci furono luci ed ombre: se le denunce della Società delle Nazioni portarono al miglioramento delle condizioni dei Tedeschi di Polonia (in particolare dopo l’ammissione della Germania al consesso), nulla cambiò per gli altri gruppi minoritari. Né la Società delle Nazioni ottenne risultati apprezzabili presso le grandi Potenze: ad esempio l’Italia ne ignorò le rimostranze seguite alle proteste tedesche per le condizioni della minoranza germanica nel Tirolo del Sud (Alto Adige), allora in condizioni ben diverse dall’invidiabile status attuale.

Una “diplomazia del sospetto”

Questo contesto e – dopo il 1929 – le conseguenze del crollo di Wall Street rendono comprensibile come i singoli Stati fossero indotti a vigilanza politica e cautela economica nei confronti di Paesi amici o, a maggior ragione, avversari. Ad esempio, è noto che la Francia, soprattutto per iniziativa di Clemenceau, tentò sin da Versailles di stroncare la potenza della Germania mediante una politica di forza e la gestione vessatoria delle riparazioni di guerra riconosciutele, cercando nel contempo di inserirsi nel vuoto politico lasciato nell’Europa centro-orientale da Germania, Russia ed Austria-Ungheria. Frenata a Versailles dagli Alleati – sia dalla Gran Bretagna che voleva evitare la preponderanza politico-diplomatica francese, sia dagli USA per motivi soprattutto economici – negli anni successivi la diplomazia francese si diede ad un’attività frenetica, volta a circondare la Germania ed “isolare” l’URSS mediante un “cordone sanitario” di Paesi propri alleati. Tipica espressione di questa linea furono l’appoggio alla Romania intervenuta in Ungheria contro il governo comunista di Bela Kun (1919); l’alleanza e gli accordi commerciali con la Polonia – coronamento dell’assistenza durante la guerra russo-polacca – ed il patrocinio alla Piccola Intesa fra Cecoslovacchia, Romania e Jugoslavia (1921); l’occupazione della Ruhr (1923); la partecipazione alla Pace di Losanna e l’alleanza con la Cecoslovacchia (1924); l’accordo di Locarno – con Germania, Belgio, Cecoslovacchia e Polonia – per garantire i confini tedeschi (1925); i trattati di alleanza ed amicizia con Polonia e Romania (1926). L’elenco potrebbe continuare a lungo. In realtà l’attivismo francese generò un sistema di alleanze con Stati deboli, litigiosi e ben poco attenti agli equilibri internazionali; alleanze destinate (anche per la discontinuità territoriale i suoi piccoli alleati) a ridursi a chiffons de papier quando le “vittime” del sistema si fossero risollevate. Con numerose aggravanti:

  1. Alimentò la litigiosità e l’aggressività di alcune piccole Potenze: ad esempio la Polonia mosse guerra all’URSS (1919-20); annesse parte dell’Alta Slesia (1921); strappò la regione di Vilna (1920-22) alla Lituania, che finì per rivalersi assorbendo a sua volta la tedesca Memel (1923-24); fallì una prova di forza contro la Germania (1933) e poco dopo le si accostò, tanto da ricavare qualche vantaggio dalla fine della Cecoslovacchia (1938), senza tuttavia avvedersi di essere una pseudo-potenza, e di fatto la prossima vittima della Germania hitleriana.
  2. Incoraggiò il già citato avvicinamento fra Germania ed URSS e quindi, di fatto, facilitò l’insediamento e/o il consolidamento dei totalitarismi hitleriano e staliniano.
  3. Indusse all’azione altre Potenze: anzitutto l’Italia fascista che, con intenti sostanzialmente anti-francesi, costituì un sistema alternativo di alleanze mediante accordi con Albania, Austria, Ungheria, Spagna, Portogallo, Romania, Turchia; colse occasione dalla vittoria turca sulla Grecia per negare a quest’ultima la promessa restituzione del Dodecaneso (1920-22) ed aggredire la stessa Grecia in occasione dalla già citata crisi di Corfù (1923); potenziò la flotta; si annesse infine l’Etiopia (1935) e l’Albania (1939).

Conclusioni

Le rivalità fra Stati, i problemi nazionali e delle minoranze, ulteriormente esacerbati da ideologie estreme di destra e di sinistra, la sempre minore efficacia – almeno a partire dal 1929 – della Società delle Nazioni, via via abbandonata dagli Stati totalitari (Germania e Giappone nel 1933, Italia nel 1935, URSS nel 1939) ed incapace di risolvere i diversi conflitti (cino-giapponese, del Chaco tra Bolivia e Paraguay, italo-etiopico, guerra civile di Spagna, russo-finlandese) finirono per travolgere il già precario equilibrio geopolitico, cosicché l’umanità precipitò in un nuovo e più tragico conflitto. Molto probabilmente nelle condizioni politiche degli ultimi anni Trenta lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale non avrebbe potuto essere evitato se non con una radicale, ed oggettivamente utopistica, revisione della politica estera (e spesso anche interna) di pressoché tutti i Paesi europei, ed è significativo che i pur gravi conflitti politici sino ai primi anni Novanta non abbiano di nuovo condotto a così tragiche conseguenze. Forse per la sopravvenuta consapevolezza della definitiva irrimediabilità di un altro eventuale conflitto mondiale, che si sarebbe inevitabilmente risolto in un olocausto nucleare. Forse perché i meccanismi politici, economici e diplomatici, per lo meno in Europa e nel mondo occidentale, sono stati resi più raffinati ed efficaci dal contesto democratico in cui si sono sviluppati. O forse, più verosimilmente, solo perché la sostanziale polarizzazione politica intorno ai due blocchi filoamericano e filosovietico, tra loro nettamente contrapposti, ha molto semplificato il gioco degli equilibri internazionali, contribuendo, sia pur in termini spesso aberranti (“equilibrio del terrore”, trasferimento dei conflitti armati in aree ex-coloniali, etc.), al lungo periodo di pace di cui ha goduto l’Europa. La fine del blocco sovietico, paradossalmente, si è invece rivelato un fattore di sostanziale squilibrio internazionale, liberando forze politiche, culturali e sociali a lungo compresse; e lasciando spazio a fenomeni assolutamente inattesi, sino alle atrocità delle recenti guerre caucasiche e balcaniche. Proprio le condizioni politiche dell’ultimo decennio tendono invece a far emergere sempre più situazioni e tensioni pericolosamente simili a quelle tipiche del primo Dopoguerra, che solo una decisa e consapevole evoluzione politica delle istituzioni sovranazionali (ONU, Unione Europea, etc.) potrà consentire di affrontare adeguatamente.

NOTE

(nota 1) Già in passato molti storici hanno espresso giudizi analoghi, ad esempio definendo il ventennio 1919-1939 “un armistizio prolungato”: cfr. H. W. GANTZKE, L’Europa e la Società delle Nazioni, in I Propilei vol. IX, Milano, Mondadori, 1966 (Frankfurt – Berlin, verlag Ullstein, 1960). [torna al testo]

(nota 2) Significativamente uno dei più noti ed importanti politici contemporanei ha espresso un giudizio estremamente favorevole sull’operato dei congressisti di Vienna: cfr. H. KISSINGER, Diplomazia della Restaurazione, Milano, Garzanti, 1973 (1957). [torna al testo]

(nota 3) La sequenza venne validamente indicata già in: J. M. KEYNES, The Economic Consequences of the Peace, New York 1920. [torna al testo]

(nota 4) Probabilmente elementi decisivi in materia potranno venire soltanto dalla pubblicazione di documenti provenienti da archivi dell’ex-URSS. [torna al testo]

L’articolo è stato pubblicato su Sistematica nn. 120-121 [2003], pp. 102-113
Prof. M. Parabiaghi