Tarda Antichità o Alto Medioevo?

Tarda Antichità o Alto Medioevo? Scelte e criteri storiografici nella determinazione dei limiti cronologici del Medioevo

di Mario Parabiaghi

[Il testo qui proposto è il risultato di un tipico scritto d'occasione, elaborato in due fasi successive nella seconda metà degli anni Novanta. Infatti il nucleo fondativo della trattazione è stato usato per una delle lezioni del corso di aggiornamento Questioni medioevali: confronto su alcuni nodi tematici, organizzato dall'autore e tenutosi presso il Liceo "Cesare Beccaria" di Milano tra il dicembre del 1997 e l'aprile 1998. Proprio questo argomento è stato poi scelto quale contenuto di una delle unità didattiche proposte dall'autore nel corso di un corso di riconversione professionale per insegnanti, tenutosi ancore presso il Liceo nel corso dell'anno scolastico 1999-2000. In questa seconda occasione si è proposto ai corsisti anche la disamina critica dei testi storiografici qui riprodotti.]

Sin dalla sua introduzione nell’ambito degli studi storico-storiografici [nota 1] il concetto di “Medioevo” è stato sempre accettato genericamente come un’”età di mezzo” posta tra il periodo classico e l’Aevum recentius, ma collocato sfruttando criteri e categorie di pensiero estremamente varie. Non è certo questa la sede adatta per operare un’accurata disamina di tutte le possibili varianti tipologiche in materia, ma credo valga la pena di tracciare almeno alcune coordinate utili alle considerazioni successive. Anzitutto è opportuno rammentare il problema della periodizzazione. È quasi superfluo rilevare che esso non è un problema meramente cronologico, se non altro perché nessuno sarebbe così ingenuo da pensare di poter fissare rigidi steccati temporali, all’interno dei quali lasciar muovere delle categorie storiografiche prefissate. Si configura, invece, come una questione squisitamente metodologica, legata alla prospettiva ermeneutica utilizzata. A titolo puramente esemplificativo, si prenda in considerazione il seguente breve schema riassuntivo di alcune fra date convenzionalmente utilizzabili come terminus a quo del Medioevo, assumendo criteri metodologici di varia natura:

325 – Concilio di Nicea (con criterio politico-teologico-istituzionale): il diretto intervento di Costantino nella disputa sull’Arianesimo determina la prevalenza delle tesi ortodosse e di fatto segna l’inizio del cesaropapismo e comunque dell’influenza decisiva del potere politico in questioni interne al Cristianesimo;

330 – fondazione di Costantinopoli (con criterio politico-economico): è la sanzione di diritto dell’avvenuto spostamento dell’asse economico ed istituzionale dell’Impero Romano verso Oriente;

380 – Editto di Tessalonica (con criterio politico-religioso): l’autorità politica opta per il Cristianesimo niceno come religione di Stato, discriminando eterodossi e non-cristiani e collegando di fatto la gerarchia ecclesiastica all’apparato politico-amministrativo;

395 – Morte di Teodosio (con criterio politico-istituzionale): anche se non de jure, diventa de facto definitiva la rottura tra la parte occidentale e quella orientale dell’Impero Romano, che da subito (con il conflitto tra il “romano” Rufino ed il barbaro Stilicone) prefigura il contrasto politico e culturale tipico di tutto il Medioevo;

410 – Saccheggio di Roma da parte dei Visigoti di Alarico (con criterio ideologico-mitologico): con il mito dell’inviolabilità dell’Urbe crolla definitivamente anche quello di Roma caput mundi, almeno dal punto di vista politico; indirettamente favorisce il suo ruolo di centro più puramente religioso dell’Orbe medioevale;

476 – Deposizione di Romolo Augustolo (con criterio politico-istituzionale): si interrompe la successione diretta di sovrani “romani” dell’Occidente latino (e di fatto ormai latino-germanico);

496 – Battesimo di Clodoveo (con criterio politico-culturale): per la prima volta una popolazione barbarica accetta in toto il canone culturale in quel momento (e per molti secoli) maggiormente rilevante dell’Occidente latino (ma anche dell’Oriente greco);

529-554 – Entrata in vigore del Corpus Iuris Civilis  (con criterio storico-giuridico): segna una pietra miliare nella storia del diritto in generale e della tradizione di origine romana in particolare, fondamentale per oltre dodici secoli (sarà di fatto definitivamente soppiantato in Europa soltanto dalla codificazione legislativa napoleonica);

542 – peste di Giustiniano (con criterio demografico-sanitario): per la prima volta le fonti attestano con certezza la presenza in Occidente della peste (bubbonica e polmonare), che almeno sino a tutto il sec. XVII costituirà un elemento fortemente condizionante nello sviluppo economico-demografico e culturale dell’Europa e del bacino del Mediterraneo;

622 – Egira di Maometto dalla Mecca a Medina (con criterio per lo meno ispirato alle suggestioni di Henri Pirenne): irrompe sulla scena della Storia l’elemento di maggiore perturbazione politico-culturale da molti secoli a questa parte, che rompe i consolidati equilibri mediterranei e vicino-orientali.

Va da sé che a tale prospetto possa tranquillamente corrisponderne uno analogo incentrato su date indicative convenzionalmente utilizzabili come terminus ad quem del Medioevo stesso.

Ma dalla rapida disamina qui proposta emerge anche un’altra evidenza pressoché immediata. Infatti, direttamente o indirettamente, la scelta di una prospettiva storiografica implica anche una prelettura condizionata dall’ambito geografico, antropologico e culturale preso in considerazione.

Per fare un esempio concreto, leggendo anche una sola opera prodotta da un serio ed avveduto studioso delle Crociate (emblematico potrebbe essere il Runciman [nota 2]), ci troviamo di fronte ad uno degli indiscussi guadagni degli ultimi decenni: la possibilità di confrontare pluralità di fonti, non soltanto occidentali, ma anche di altra matrice. Altro sarà studiare questa occorrenza di eventi dal punto di vista dei Cristiani, altro da quello dei musulmani. Ma anche, all’interno delle due diverse prospettive, sono senza dubbio divergenti gli atteggiamenti di autori latini, greci, armeni; così come il punto di vista musulmano sarà differenziato in funzione della collocazione delle fonti in esame in ambienti culturali egiziani, siriani, iracheni o al servizio dei Turchi. Nell’esame dell’orizzonte storico medioevale che normalmente si svolge nella scuola superiore, sarà dunque necessario tracciare almeno le principali linee prospettiche della visione storico-storiografiche legate alle diverse culture: latino-germanica occidentale, bizantina, islamica; ed altrettanto necessario, se non altro per ovvi motivi di tempo, sceglierne una come dominante e portante nella narrazione [nota 3], e tuttavia cercare di non trascurare le possibilità fornite dalle altre, in particolare nel fortunato caso che l’insegnante sia in grado di poterne agevolmente consultare e sfruttare fonti e soprattutto apparato storiografico. In ogni caso, la società civile – vuoi per il fenomeno dell’immigrazione, vuoi per l’aumentata mobilità spaziale e sociale – si sta progressivamente evolvendo verso un modello caratterizzato dalla presenza di diverse matrici culturali, cosicché appare assai opportuno sfruttare al massimo le occasioni di confronto tra diverse civilizzazioni (conflittuali o di positivo scambio che siano) per impostare un serio discorso di educazione in chiave multiculturale. Per quanto riguarda in particolare l’apparato storiografico, una breve ma significativa notazione va dedicata, a mio modesto avviso, alla provenienza, all’estrazione culturale dell’autore. Mi riferisco in particolare alla necessità di saper collocare, per quanto possibile, l’autore della pagina in esame nel contesto di un ben preciso indirizzo storiografico (religioso, liberale, idealistico, marxista, etc.). Si badi bene a non interpretare la raccomandazione come un’indicazione discriminatoria a favore o contro una certa tipologia storiografica: anzi, al contrario, ciò dovrà essere utilizzato come preziosa risorsa per valorizzare le qualità specifiche di ciascun indirizzo (fatta salva le specifiche caratteristiche di ogni singolo autore). Per essere più chiaro, esemplificherò con alcuni ben noti nomi: dall’idealista Falco si potranno trarre elementi di grande rilievo per la delineare i tratti di grandi figure del Medioevo; dal cattolico Vauchez si chiederanno elementi particolarmente rilevanti per la storia di movimenti spirituali; ad un Mommsen si potrà far riferimento per elementi di carattere istituzionale; gli “annalisti” Bloch e Le Goff saranno preziosi per i contributi di storia economica, materiale e della mentalità. Tuttavia, come al solito, bisognerà sempre procedere in questa direzione cum grano salis: ad esempio lo storico di ispirazione cattolica Geremek è universalmente riconosciuto come il più profondo ed accurato studioso del fenomeno della povertà nel mondo medioevale e protomoderno, tema chiaramente legato alla storia economica e della mentalità; e per converso alcuni tra i contributi sulla storia e sulla formazione del concetto di Europa hanno provenienza assai disparata, spaziando dall’Halphen al già citato Le Goff, allo Chabod, al Lopez. Si è qui voluto dare un concreto esempio di un esame comparativo fra manuali, pagine tratte da recenti opere storiografiche e documenti [nota 4] di varia origine, da cui ciascuno potrà trarre spunto per le conclusioni ermeneutiche e didattiche che riterrà più opportune ed utilizzabili, anche e soprattutto facendo tesoro del proprio personale bagaglio culturale e di esperienza sul campo. I documenti allegati, pressoché tutti facilmente reperibili in manuali di Storia ed antologie di testi normalmente in uso presso scuole secondarie di secondo grado (nella fattispecie Licei) sono dedicati al periodo dell’esplosivo scaturire del fenomeno Islam ed alle discussioni, non ancora del tutto sopite, che fecero seguito alla pubblicazione dei lavori di Henri Pirenne, con particolare riferimento a Maometto e Carlomagno. L’argomento è stato scelto con alcune ben precise motivazioni. Anzitutto per mostrare in pratica l’utilizzazione di testi storiografici in un’argomentazione delicata come quella di fondatamente motivare una scansione temporale tra quelle proposte all’inizio della trattazione. Inoltre perché, mentre la motivazione delle altre datazioni proposte possono essere quasi banalmente individuate da chi ha senza dubbio buona conoscenza del mondo antico e tardo-antico, l’adesione o meno all’”ipotesi Pirenne” (che ha appassionato per decenni gli storici del Medioevo europeo) comporta previamente un’analisi comparativa di tipo geografico, economico, sociale e culturale stimolante sia per il docente, sia per lo studente.

Scendendo nello specifico dei testi, si sono voluti riportare esempi diversi di impostazione didattico-storiografica, mostrando che:

  1. un’eccessiva “economia” nella presentazione di brani storiografici (come nel caso del De Boni – Nistri) lascia in realtà dubbi e perplessità nello studente; nel caso specifico serve solo ad aprire la questione – non fornendo altro che il parere di Pirenne – e finisce di fatto, al di là delle pur ottime intenzioni degli autori, per presentare una sorta di “ipse dixit” senza immediata possibilità di replica, evitabile solo con un lungo e complesso lavoro di ricerca sui pur numerosi testi indicati (ma come volumi interi, a volte di migliaia di pagine!), oggettivamente improponibile al normale gruppo-classe;
  2. l’utilizzo di brevi citazioni da diverse fonti storiografiche (come nel caso del Bonanno) dà senza dubbio una visione più articolata della questione, comportando tuttavia un lavoro assolutamente non pesante – ed anzi, se ben diretto, stimolante – per uno studente di normali capacità ed attitudini;
  3. il confronto con pagine storiografiche piuttosto corpose e raffiguranti un ampio status quaestionis (è il caso del Giardina – Sabbatucci – Vidotto e del Gentile – Ronga – Salassa) permette addirittura di operare su diversi livelli: (ad esempio con il selezionando parti delle diverse letture per l’azione didattica standard, ed indicando agli studenti più avveduti l’utilizzo della totalità dei testi quale momento di approfondimento autonomo e per nulla banale).

Mi sono infine proposto di indicare il possibile utilizzo di fonti in lingua originale, che per ovvi motivi dovranno essere quantitativamente limitate. Nella fattispecie, l’ultimo documento riportato – un brano appunto assai breve, tratto dall’Historia ecclesiaitica Gentis Anglorum di Beda il Venerabile – mostra, nonostante il motivo di redazione apparentemente lontanissima dalla questione dibattuta, un elemento assai valido per la discussione in oggetto. Esso potrà inoltre essere occasione per mostrare dal vivo un esempio di lingua latina utilizzata per fini di comunicazione pratica e tuttavia dal tono assai elevato, anche se ormai alquanto lontana dai canoni più rigorosamente classici, degna di clerici che non si erano formati solo sulla Vulgata e sui testi dei Padri della Chiesa, ma anche su autori latini di grande rilievo.

Mario Franco PARABIAGHI
(Liceo Ginnasio “Cesare Beccaria”, Milano)

 

 

ALCUNI ESEMPI DI TESTI STORIOGRAFICI RIPORTATI DA TESTI SCOLASTICI

L’ISLAM NEL MEDITERRANEO

[da Bonanno, L’Età medievale nella critica storica, Padova, Liviana 1984, pp. 54-55]

La conquista araba del Mediterraneo, della Spagna, delle Baleari, della Sicilia, della Corsica, della Sardegna e di Candia, i tentativi di impossessarsi di Costantinopoli e della Francia, ebbero profonde ripercussioni nella formazione della civiltà medievale, fino al punto che lo storico belga Henri Pirenne considera l’invasione araba del Mediterraneo il fatto principale del Medioevo:

Da secoli l’Europa gravitava intorno al Mediterraneo. Attraverso questo mare si era diffusa la civiltà e per suo tramite le diverse parti d’Europa comunicavano fra loro. Sulle sue rive la vita sociale, nei suoi caratteri fondamentali, era uguale dappertutto, la religione, i costumi e le idee erano gli stessi, o pressappoco. Le invasioni germaniche non avevano modificato gran che di questa situazione. Nonostante tutto, si può dire che, a metà del secolo VII, l’Europa formava ancora come ai tempi dell’Impero romano, una unità mediterranea.

Ora, sotto l’impero improvviso dell’Islam, quest’unità si rompe tutta ad un tratto. Per la maggior parte della sua estensione questo mare familiare, questo mare che i Romani chiamavano mare nostrum, diviene straniero ed ostile. Gli scambi che fino allora si erano operati per suo mezzo fra l’Occidente e l’Oriente sono interrotti. Questi vengono bruscamente divisi l’uno dall’altro. La comunità nella quale avevano vissuto così a lungo cessa per lunghi secoli, e l’Europa di oggi ne risente ancora [...].

La separazione dell’Occidente da Bisanzio, determinata dalla conquista araba del Mediterraneo, sembrò relegare l’Europa fuori della civiltà, poiché dai tempi più remoti dall’oriente le erano venute tutte le forme della vita civile e tutti i progressi sociali. Per la prima volta dopo la formazione dell’Impero romano, l’Europa occidentale si trovava isolata dal resto del mondo. Il Mediterraneo, attraverso il quale essa aveva fino ad allora comunicato con la civiltà, le si chiudeva davanti. Fu questo forse il risultato più importante per la storia universale dell’espansione dell’Islam. Allontanata dal Mediterraneo l’Europa cristiana dirigerà i suoi sforzi verso le regioni ancora barbare al di là del Reno e verso le rive del Mare del Nord.

Pirenne H., Maometto e Carlo Magno, Bari, 1939; Id., Storia d’Europa, Firenze, 1956, p. 23

Con lo spostamento delle popolazioni del Mediterraneo al Nord, dominato dai germani, decaddero le città, i commerci, le industrie, il diritto, la cultura, la religione – pilastri della civiltà romana – e prevalsero i costumi barbarici: la campagna, l’agricoltura, l’economia naturale, il feudalesimo; presero il predominio i franchi, che staccarono la Chiesa dall’Oriente e le diedero un potere temporale; l’Europa perdette la sua fisionomia romana e assunse quella germanica, fu una vera e propria rivoluzione. Una profonda differenza di vita si stabilì tra i paesi controllati dai franchi e dagli arabi: nei primi si ebbero miseria, ignoranza e caos, negli altri grande progresso materiale e intellettuale:

Tra il mondo musulmano e quello cristiano occidentale non si notava soltanto contrasto per le condizioni di potenza, ma anche contrasto per le condizioni di sviluppo economico e di civiltà. Mentre, infatti, l’Occidente cristiano languiva nella paralisi dell’irrigidimento e del frazionamento feudale, tutto il vasto mondo musulmano ferveva di vita intensa, si abbelliva di una grande fioritura artistica, si arricchiva dei portati di una mirabile attività economica, scientifica, intellettuale, alla quale l’umanità è debitrice in gran parte se i focolari del progresso e della civiltà non si estinsero totalmente lungo le rive del Mediterraneo, nei secoli del più fosco medioevo.

Silva P., Il Mediterraneo. Milano, 1942, p. 9O.

La tesi dello storico belga, originale, brillante e suggestiva, ha suscitato molte reazioni. Di essa il Morghen dice:

Il Pirenne parte dall’osservazione della persistenza delle forme della vita economica del mondo antico in tutti bacini del Mediterraneo anche dopo la caduta dell’Impero, e non tiene adeguato conto del valore dei fattori spirituali della storia: quando nel V secolo papa Gelasio contrapponeva decisamente alla regalis potestas dell’imperatore la sacrata pontificum auctoritas, noi dobbiamo, invece, convenire che un elemento del tutto nuovo è venuto a incidere nella unitaria compagine della società antica creando nuove relazioni, prima del tutto sconosciute, tra il mondo degli interessi terreni e il mondo dello spirito, tra lo Stato e la Chiesa, tra l’individuo e lo Stato. Da quando questo nuovo elemento di civiltà si mostra come forza efficace e creatrice, da quel momento ha inizio la nuova storia.

Morghen R, Medioevo cristiano, Bari, 1962, p. 27.

Il russo Rostovzeff nota che quando gli arabi s’impossessarono del Mediterraneo il mondo romano era già decaduto da molto tempo, fin dal secolo IV, quando con la prevalenza della campagna decaddero le città e con esse l’economia industriale e commerciale, la cultura dell’Impero; Ettore Rota aggiunge che i rapporti attivi tra Occidente e Oriente anche prima del 476 non esistevano più:

Il Pirenne non fa il raffronto fra le relazioni che ancora univano, prima e dopo il 476, l’Oriente e l’Occidente. E il raffronto sta contro una tesi di continuità su basi di identità. I rapporti durano, ma sono di natura diversa. Lo stato continuo di guerra, le devastazioni, le carestie, lo spopolamento, la povertà dilagante, designano questa stessa natura di rapporti. Basti pensare che la guerra greco-gotica, durata diciotto anni, ha lasciato Roma con 50.000 abitanti: s’intuisce in quali condizioni fossero i mercati dell’Occidente e quali i loro legami con l’Oriente .

Rota E., Introduzione alla storia del Medioevo, in Questioni di storia medievale, Milano, 1956, p. VIII.

A queste osservazioni si può ancora aggiungere che i trapassi di civiltà si compiono attraverso processi lunghi nei quali confluiscono molti fattori diversi, difficilmente riducibili a uno schema. A parte tutte queste riserve, resta acquisito che la tesi del Pirenne ha messo in luce, in modo indiscutibile, l’importanza rivoluzionaria della comparsa dell’Islam nel Mediterraneo.

LA STORIOGRAFIA E L’ISLAM

[da De Boni -Nistri, L’Europa e gli altri, vol. I, Messina-Firenze, D’Anna, 1992, pp. 71-73]

La storiografia scientifica sull’islamismo è un fenomeno soprattutto del nostro secolo. In precedenza, l’avvicinamento al problema musulmano risultava condizionato da un criterio di giudizio negativo che ostacolava una ricostruzione organica del ruolo storico degli arabi: l’eccessiva insistenza sugli aspetti guerreschi dell’espansionismo musulmano e sul carattere strumentale della religione islamica, vista come semplice supporto ideologico al progetto di conquista degli arabi.

Il rinnovamento degli studi sugli arabi è merito soprattutto della storiografia francese. Claude Cahen (L’islamismo, Milano, Feltrinelli, 1969) inserisce gli eventi musulmani dalla fondazione della nuova religione fino alla sua diffusione in Asia, in Africa e nell’Europa meridionale, nel quadro dei rapporti culturali ed economici dell’area mediorientale, prima e dopo Maometto, evidenziando i nessi tra islamismo e religione ebraica. Inoltre, Cahen allarga l’indagine dagli aspetti culturali e religiosi a quelli politici ed economici, analizzando l’insieme delle ragioni che spiegano il successo dell’avanzata araba nel medioevo. Un altro studioso francese, Maxime Rodinson, sociologo e storico delle religioni, è l’autore della più completa ricostruzione intorno al significato storico della fondazione dell’islamismo (Maometto, Torino, Einaudi, 1973). A Rodinson dobbiamo anche una precisa analisi dei rapporti tra religione ed economia nell’esperienza musulmana: Islam e capitalismo. Saggio sui rapporti tra economia e religione (Torino, Einaudi, 1968).

La storiografia occidentale sugli arabi ha visto negli ultimi decenni notevoli contributi anche di parte non francese. Ricordiamo le opere dell’inglese G.F. Moore (L’Islamismo, Bari, Laterza, 1965); e dell’italiano Francesco Gabrieli, attento soprattutto agli aspetti culturali della civiltà araba (Gli Arabi, Firenze, Sansoni, 1966; L’Islam nella storia, Bari, Dedalo, 1967). Opere di carattere non celebrativo, ma di ricostruzione dei collegamenti fra religione e politica, provengono anche dalla moderna storiografica islamica. Ricordiamo almeno La religione del Corano (Milano, Il Saggiatore, 1968) di F Rahman, pakistano di fede musulmana, che insiste tra l’altro sui rapporti fra la predicazione di Maometto e l’ambiente storico e sociale degli arabi nel suo tempo.

Le influenze esercitate dall’espansione araba sulla storia d’Europa hanno costituito il motivo di una delle più feconde discussioni tra gli storici contemporanei. L’occasione è stata offerta dalla pubblicazione intorno alla metà degli anni trenta dell’opera Maometto e Carlomagno (ed. it. Bari, Laterza, 1969) dello storico belga Henri Pirenne, uno dei maggiori esponenti della storiografia mondiale sul medioevo. Le tesi del Pirenne possono essere così riassunte:

  1. i rapporti economici tra l’Europa e l’Asia risultano sconvolti dall’espansione commerciale dei musulmani: l’Europa cristiana è costretta a rinchiudersi nel continente e a fondare forzatamente la propria economia sulla terra anziché sui traffici;
  2. la formazione di una specie di impero islamico spinge verso la creazione di un impero in Occidente, quello carolingio.

Una sintesi delle posizioni di Pirenne è ricavabile dal seguente brano, tratto da un’altra delle sue opere maggiori.

Henri Pirenne – L’Islam e l’Europa occidentale

In generale, non si è dedicata sufficiente attenzione all’immensa portata dell’invasione dell’Islam nell’Europa occidentale [nota 5]. Essa, infatti, mise il continente europeo in condizioni mai esistite fin dai primi tempi della storia.

Attraverso i Fenici, i Greci e infine i Romani, l’Occidente aveva sempre ricevuto la civiltà dell’Oriente; era vissuto, per così dire, del Mediterraneo: ed ecco che per la prima volta è obbligato a vivere di se stesso, delle proprie risorse. Il centro di gravità, collocato fino allora sulle rive del mare, si trasferisce verso nord, per cui lo Stato franco che, tutto sommato, aveva avuto fino a quel momento solo un ruolo secondario nella storia europea, diviene l’arbitro dei destini del l’Europa. È impossibile considerare soltanto una coincidenza la chiusura del Mediterraneo ad opera dell’Islam e la simultanea entrata in scena dei Carolingi. Guardando le cose a distanza si scorge nettamente tra l’uno e l’altro un rapporto di causa ed effetto. L’Impero franco pone le basi dell’Europa del Medioevo. Ma la missione che esso ha compiuto ha avuto come premessa indispensabile il rovesciamento dell’ordine tradizionale del mondo; e i Carolingi non avrebbero avuto il ruolo che ebbero se l’evoluzione storica non fosse stata deviata dal suo corso e, per così dire, spostata dal suo asse dall’invasione musulmana. Senza l’Islam, l’Impero franco non sarebbe mai esistito, e Carlomagno senza Maometto sarebbe inconcepibile [nota 6]. Per persuadersene, basta tener presente il contrasto tra l’epoca merovingia, durante la quale il Mediterraneo conserva la sua millenaria importanza storica, e quella carolingia, in cui questa influenza cessa di farsi sentire. Ovunque si osserva lo stesso contrasto: nel sentimento religioso, nella politica, nella letteratura, nelle istituzioni, nella lingua e persino nei caratteri della scrittura. Da qualunque punto di vista la si esamini, la civiltà del IX secolo attesta una rottura nettissima con la civiltà precedente. Il colpo di stato di Pipino il Breve è ben più che la sostituzione di una dinastia a un’altra: esso segna una nuova direzione nel corso seguito fino allora dalla storia. Certo, assumendo il titolo di Imperatore romano e di Augusto, Carlomagno ha creduto di rinnovare la tradizione antica, ma in realtà l’ha spezzata. L’antico Impero, ridotto ai possedimenti del basileus di Costantinopoli, diventa un nuovo Impero di Occidente: a dispetto del suo nome questo è romano solo nella misura in cui la Chiesa cattolica è romana; per di più, la sua forza risiede soprattutto nelle regioni del Nord. I suoi principali collaboratori in materia religiosa e culturale non sono più come una volta Italiani, Aquitani, Spagnoli, ma Anglosassoni, come san Bonifacio, ovvero Svevi come Eginardo. Nello Stato, tagliato ormai fuori dal Mediterraneo, le popolazioni del Mezzogiorno hanno soltanto una parte secondaria. L’influenza germanica è dominante nel momento in cui, bloccato al Sud, l’Impero si estende ampiamente sull’Europa settentrionale, e spinge le sue frontiere fino all’Elba e alle montagne della Boemia.

La storia economica mette in luce particolarmente la diversità fra l’epoca carolingia e i tempi merovingi. In quest’ultimi, la Gallia è ancora un paese marittimo ed è grazie al mare che esistono circolazione e commercio. L’impero di Carlomagno, al contrario, è essenzialmente continentale. Non comunica con l’estero, è uno Stato chiuso, uno Stato senza sbocchi, che vive in un quasi completo isolamento.

da Pirenne H., Le città del Medioevo, Laterza, Bari, 1971, pp.21-23

Contro le tesi del Pirenne sono state avanzate varie obiezioni. La più fondata è probabilmente quella di Roberto Sabatino Lopez, che nella sua Nascita dell’Europa (Torino, Einaudi, 1966) contesta che i rapporti commerciali tra Europa continentale e area mediterranea si interrompano dopo l’avanzata musulmana. Secondo il Lopez nel secolo VIII si formano si due aree abbastanza distinte (l’Europa carolingia e il Mediterraneo arabo), ma con rapporti di carattere economico e culturale di una certa continuità, che hanno i loro centri di diffusione in Spagna, nella Francia meridionale, in Italia. La storiografia più recente non ha tuttavia rinnegato l’assunto fondamentale della posizione del Pirenne, e cioè la considerazione dell’espansionismo arabo come punto di partenza per spiegare l’impero carolingio. Oggi però si insiste non tanto sulle differenze tra i due sistemi, quanto sulle analogie tra l’espansionismo arabo a sud e quello franco a nord, analogie riscontrabili soprattutto nello stretto intreccio tra politica di conquista e religione.

Altri contributi più recenti sono venuti ad arricchire il dibattito, soprattutto dal lato delle influenze dirette esercitate dall’occupazione araba sulla storia dell’area mediterranea dell’Europa. Si vedano in proposito N. Daniel, Gli Arabi e l’Europa nel Medioevo, Bologna, Il Mulino, 1981; le parti riguardanti l’Europa di R. Mantran, L’espansione musulmana dal VII all’XI secolo, Milano, Mursia, 1978; e H. Schreiber, Gli Arabi in Spagna, Milano, Garzanti, 1982.

Dell’impero carolingio si parlerà più a fondo nel prossimo capitolo. Ricordiamo qui i due maggiori storici di esso: l’inglese Christopher Dawson (La formazione dell’unità europea. Dal sec. V all’XI, Torino, Einaudi, 1939) e l’austriaco Heinrich Fichtenau (L’impero carolingio, Bari, Laterza, 1972).

Citiamo infine l’opera di un altro storico belga, Jan Dhondt: L’Alto Medioevo, Milano, Feltrinelli, 1970. Storico delle società più che delle istituzioni, Dhondt mette ben poca enfasi sul carattere innovativo e stabilizzante dell’impero di Carlo Magno, ricordando che l’Europa carolingia è costruita su una società segnata dalla povertà, dal vagabondaggio, dalle migrazioni incessanti di gruppi umani alla ricerca della soddisfazione dei bisogni primari. In questa realtà, la restaurazione dell’impero riguarda soltanto ristrettissimi ceti al potere, incapaci di modificare in modo apprezzabile la decadenza apertasi con la crisi dell’impero romano.

ISLAM E OCCIDENTE CRISTIANO

[da Giardina - Sabbatucci - Vidotto, L’età medievale, Bari, Laterza, 1993]

H. Pirenne – Il Mediterraneo: da mare cristiano a mare islamico

La trasformazione del Mediterraneo da spazio di unificazione di realtà differenti – ma convergenti in un unico ambito di civiltà – a frontiera meridionale della Cristianità e, al centro di questo processo, “la rottura della tradizione antica”: sono questi gli elementi di fondo della tesi che il belga Henri Pirenne (1862-1935} consegnò al volume Maometto e Carlomagno, pubblicato postumo nel 1937.

Il tema che Pirenne contribuì a definire rimane di enorme rilievo, ancora oggi al centro di discussioni vivaci (cfr. l’introduzione alla sezione antologica, p. 104}. Oggi, grazie anche ai risultati di mezzo secolo di ricerche, si danno risposte parzialmente diverse da quelle fornite dallo storico belga in tema di economia altomedievale, ma la rappresentazione della contrazione di un’intera società (l’Occidente “barbarico”) tra VII e VIII secolo mantiene una efficacia di sintesi raramente raggiunta in seguito in altri interventi.

Leggiamo allora queste pagine sulla graduale rarefazione degli scambi via mare e sulla diminuita presenza di merci orientali in Occidente: vi osserviamo il tentativo di cogliere le premesse più profonde alla formazione dell’Europa rurale. Se pensiamo al profilo scientifico complessivo di Pirenne e alla sua curiosità principale per gli sviluppi urbani del Medioevo più maturo, possiamo renderci conto, invecchiato che possa essere l’argomentare sul Mediterraneo del VII secolo, di quanto ampio fosse il suo respiro interpretativo.

Finché il Mediterraneo rimase cristiano, il commercio dell’Occidente era mantenuto dalla navigazione orientale. La Siria e l’Egitto ne erano i due centri principali. Ma ora precisamente queste due ricche province caddero per prime sotto la dominazione dell’Islam. Sarebbe un errore evidente credere che questa dominazione abbia estinto l’attività economica. Se ci sono stati grandi torbidi, se si constata una considerevole emigrazione di Siri verso Occidente, non bisogna credere tuttavia che l’intera struttura economica sia andata in rovina. Damasco diventò la prima capitale del califfato; le spezie non cessarono di essere importate ne il papiro di essere fabbricato ne i porti di funzionare. Quando pagavano le imposte i cristiani non erano molestati. Il commercio dunque continuò, solo che cambiò direzione.

Va da sé che nel pieno della guerra il vincitore non permetteva ai suoi sudditi di trafficare col vinto, e quando la pace rinnovò l’attività commerciale nelle province conquistate, l’Islam la orientò verso le nuove mete aperte ad esso dalle sue immense conquiste.

Si aprivano nuove vie commerciali, che allacciavano il mar Caspio al Baltico per mezzo del Volga, e gli Scandinavi, i cui mercanti frequentavano le rive del Mar Nero, dovettero prendere rapidamente un’altra strada: basterebbero a provarlo le numerose monete orientali trovate a Gothland [nota 7].

È certo che per breve tempo la navigazione fu impedita dai turbamenti inseparabili dalla conquista della Siria (634-636), poi dell’Egitto (640-642). Le navi dovettero essere requisite per la flotta, che l’Islam organizzò rapidamente nel mar Egeo, e d’altra parte non si comprenderebbe come i mercanti potessero passare attraverso flotte ostili, a meno che, approfittando delle circostanze, non si dessero alla pirateria, cosa che in effetti fece un buon numero di loro.

Bisogna certamente ammettere che dalla metà del VII secolo la navigazione dai porti musulmani del mar Egeo verso quelli rimasti cristiani divenne impossibile: se ne è rimasta qualche traccia, è assolutamente irrilevante.

Partendo da Bisanzio e dalle coste vicine ben difese, la navigazione, protetta dalla flotta da guerra, potette continuare verso gli altri paesi dell’impero, in Grecia, lungo le coste dell’Adriatico, dell’Italia meridionale e della Sicilia; ma non è ammissibile che abbia potuto avventurarsi più in là, considerato che già nel 650 i Musulmani attaccarono la Sicilia. Quanto al movimento commerciale dell’Africa, le continue rovine di quel paese tra il 643 e il 708 vi misero incontestabilmente fine. I rari vestigi, che ancora erano sopravvissuti, disparvero dopo la presa di Cartagine e la fondazione di Tunisi nel 698.

La conquista della Spagna (711) e subito dopo la mancanza di sicurezza, in cui per conseguenza si trovarono le coste della Provenza, finirono di rendere del tutto impossibile la navigazione commerciale nel Mediterraneo occidentale; ne i porti cristiani avrebbero potuto mantenere un commercio marittimo tra di loro, poiché o non avevano flotta o era irrilevante. Sicché si può affermare che la navigazione con l’Oriente cessi intorno al 650 con i paesi posti ad est della Sicilia, e si spenga su tutte le coste dell’Occidente nella seconda metà del VII secolo.

Al principio dell’VIII secolo essa sparisce completamente. Non esiste più un traffico mediterraneo altro che sulle coste bizantine, e come dice Ibn Khaldun (salvo la riserva da fare per Bisanzio), “i cristiani non possono più far galleggiare sull’acqua neanche una tavola”. Il mare d’ora in poi appartiene ai pirati saraceni. Essi nel IX secolo si impadroniscono delle isole, distruggono i porti, fanno scorrerie dappertutto. Il grande porto di Marsiglia, che un tempo era stata la tappa principale dall’Occidente verso il Levante, si svuota; l’antica unità economica del Mediterraneo è infranta, e tale resterà fino all’epoca delle crociate. Essa aveva resistito alle invasioni germaniche ma cede davanti allo slancio irresistibile dell’Islam.

E come avrebbe potuto resistere l’Occidente? I Franchi non avevano flotta, e quella dei Visigoti era stata annientata, mentre il nemico era preparatissimo. Il porto di Tunisi e il suo arsenale erano imprendibili; su tutte le coste si elevavano i ribat, posti avanzati mezzo religiosi e mezzo militari che erano in contatto tra loro e mantenevano un perpetuo stato di guerra. Contro questa forza marittima i cristiani non potettero niente: il fatto che riuscirono a compiere solo una piccola spedizione contro la costa dell’Africa ne è una prova luminosa.

Bisogna insistere su questo punto, poiché eccellenti studiosi non ammettono che la conquista musulmana abbia potuto produrre un taglio così netto. Essi credono perfino che i mercanti siri abbiano continuato come per il passato a frequentare l’Italia e la Gallia nel corso del VII e dell’VIII secolo. È vero che Roma specialmente accolse gran quantità di Siri durante le prime decadi che seguirono la conquista del loro paese da parte degli Arabi; e bisogna che la loro influenza e il loro numero siano stati considerevoli, perché più d’uno tra loro, quali Sergio I (687-701) e Costantino I (708-715), furono elevati al papato. Da Roma un certo numero di questi rifugiati, la cui conoscenza della lingua greca assicurava prestigio, si sparsero subito verso il Nord, portando con sé manoscritti, avori, oreficerie, di cui si erano provvisti nel lasciare la loro patria. I sovrani carolingi non mancarono di impiegarli per l’opera di rinnovamento letterario e artistico che avevano intrapresa. [...]

Si deve ancora considerare come una prova della penetrazione siriaca in Occidente dopo il VII secolo l’azione che l’arte dell’Asia minore esercitò sullo sviluppo dell’arte ornamentale all’Epoca carolingia. Non è ignoto che parecchi ecclesiastici della Francia andavano in Oriente per venerare i santuari della Palestina, e che ne ritornavano provvisti non solo di reliquie, ma certamente anche di manoscritti e di ornamenti ecclesiastici. [...]

Ma tutti questi fatti, per quanto possano interessare la storia della civiltà, non interessano quella economica. L’immigrazione di eruditi e di artisti non implica affatto l’esistenza di relazioni commerciali tra i loro paesi d’origine e quelli ove essi vanno a cercare rifugio. Il secolo XV, che vide tanti eruditi bizantini fuggire in Italia davanti ai Turchi, non è precisamente l’epoca in cui Costantinopoli cessa di essere un gran porto? Non bisogna confondere il movimento di pellegrini, dotti ed artisti con quello delle mercanzie. Questo suppone una organizzazione di trasporti e scambi permanenti di importazione ed esportazione, quello si effettua casualmente. Per potere legittimamente affermare la persistenza della navigazione siriaca ed orientale nel mar Tirreno e nel golfo del Leone dopo il VII secolo bisognerebbe dimostrare che Marsiglia e i porti della Provenza dopo quella data siano rimasti in rapporti col Levante. Ora, il più recente testo che si può invocare in materia è il documento di Corbie (716) [nota 8].

Da questo testo si potrebbe desumere che il magazzino generale del fisco a Marsiglia od a Fos in quel tempo era ancora pieno di spezie e di olio, cioè di prodotti originari dell’Asia e dell’Africa. Io credo però che ci troviamo di fronte ad un arcaismo. Abbiamo da fare con un atto che conferma all’abbazia di Corbie antichi privilegi, ed è quindi verosimile che esso riproduca tali e quali i testi anteriori. Infatti è impossibile che in quel tempo si potesse importare ancora olio dall’Africa. Si potrebbe ammettere, è vero, che il cellarium fisci [nota 9] viveva sui suoi depositi; ma allora questo non è più un indice dell’esistenza di relazioni commerciali attive nel 716. In ogni caso è l’ultima e finale menzione che abbiamo di prodotti orientali messi in un magazzino di deposito nei porti di Provenza. Infatti quattro anni dopo i musulmani sbarcano su queste coste e saccheggiano il paese. Marsiglia è morta a quest’epoca. Invano, per provare la sua attività, si farà risaltare che era una tappa pei pellegrini che si recavano in Oriente. È vero che tali pellegrinaggi non potendo effettuarsi attraverso la valle del Danubio, occupata dagli Avari, poi dagli Ungheri, presuppongono traversate marittime; ma ogni volta che è possibile conoscere gli itinerari seguiti si nota che quei pii viaggiatori s’imbarcavano in porti dell’Italia bizantina. [...]

Non solamente non abbiamo più un solo testo sulla presenza di mercanti siri od orientali, ma constatiamo che a partire dall’VIII secolo tutti i prodotti che essi prima importavano non si trovano più in Gallia: contro questo fatto non si può replicare.

Tra le merci scomparse c’è anzitutto il papiro. Tutte le opere a noi note scritte in Occidente su papiro sono del VI o del VII secolo. Sino al 659-677 ci si serve esclusivamente di papiro per la cancelleria reale merovingia; poi appare la pergamena. Alcuni atti privati furono ancora scritti su quella materia, prelevata senza dubbio da antichi depositi, sino verso la fine dell’VIII secolo. Dopo non se ne trovano più.

Questo non può spiegarsi con la cessazione della fabbricazione del papiro, poiché essa continuò, come provano sino all’evidenza i begli atti su papiro del VII secolo nel museo arabo del Cairo. La scomparsa del papiro in Gallia non fu dovuta dunque che al rallentamento e infine alla cessazione del commercio. Al principio la pergamena pare che abbia avuto poca diffusione. Gregorio di Tours [nota 10], che la chiama membrana, ne fa parola una volta sola, e sembra dalle sue parole che sia stata fabbricata dai monaci per loro uso. Si sa quanto siano tenaci le usanze di cancelleria: se dunque alla fine del VII secolo gli uffici del re avevano cessato di servirsi del papiro, la ragione non poteva essere se non che riusciva molto difficile procurarsene.

L’uso del papiro si è conservato ancora qualche tempo in Italia. I papi se ne servirono per l’ultima volta nel 1057. Bisogna ammettere con il Bresslau che essi usavano vecchi fondi di deposito? Oppure veniva dalla Sicilia, dove gli Arabi ne introdussero la fabbricazione nel X secolo? La provenienza siciliana è tuttavia discussa; per parte mia penso che verosimilmente essi se lo procurassero attraverso il commercio coi porti bizantini: Napoli, Gaeta, Amalfi e Venezia.

Ma per la Gallia non se ne parla più.

Le spezie, come il papiro, scompaiono dai testi dopo il 716. Gli statuti di Adalardo di Corbie non menzionano più che il pulmentaria, cioè una specie di minestra di erbe. Le spezie devono essere scomparse nello stesso tempo che il papiro, poiché erano trasportate con le medesime navi. Scorriamo i capitolari [nota 11]. In fatto di spezie e di prodotti esotici non sono citate che le piante adatte ad essere coltivate nelle villae [nota 12], quali la robbia, il comino o le mandorle; ma il pepe, il garofano (cariofilo), il nardo (spico), la cannella, i datteri, i pistacchi non si ritrovano più neanche una volta. Le tractoriae carolingie fanno menzione, tra gli alimenti da servire ai funzionari in viaggio, del pane, della carne di maiale, di polli, delle uova, del sale, delle erbe, dei legumi, del pesce, del formaggio, ma non di spezie. [...]

I Capitula episcoporum dell’845-850 assegnano ai vescovi quando sono in viaggio 100 pani, carne di maiale, 50 sestieri di vino, 10 polli, 50 uova, 1 agnello, 1 porchetto, 6 moggia di avena per i cavalli, 3 carri di fieno, miele, olio, cera. Ma non si fa parola di condimenti.

Si vede dalle lettere di san Bonifacio [nota 13] quanto le spezie fossero divenute rare e care. Egli riceve o manda regali che consistono in piccole quantità di incenso. [...] Questi doni provano la rarità delle spezie a Nord delle Alpi, poiché costituiscono doni preziosi. Notate inoltre che vengono tutte dall’Italia. Il porto di Marsiglia non ne riceve più. Il cellarium fisci è vuoto oppure, ciò che è molto probabile, è stato incendiato dai Saraceni, e le spezie non sono più un articolo di commercio normale. Se ancora ne entra una piccola quantità, avviene per mezzo dei venditori ambulanti.

In tutta la letteratura del tempo, sebbene molto abbondante, non se ne parla affatto.

Si può affermare davanti a questo silenzio assoluto che le spezie sono scomparse tra la fine del VII secolo e il principio dell’VIII dall’alimentazione corrente. Non dovevano riapparirvi che dal XII secolo, al tempo della riapertura delle vie del mare.

Naturalmente succede lo stesso per il vino di Gaza che scompare anch’esso. L’olio non è più esportato dall’Africa. Quello di cui ci si serve ancora viene dalla Provenza. Ormai è la cera ad essere usata per la illuminazione delle chiese.

Similmente l’uso della seta sembra estraneo all’epoca. Io ne trovo una sola menzione nei capitolari. [...]

Bisogna concludere da tutto ciò con il constatare la cessazione dell’importazione orientale in seguito all’espansione islamica.

Un altro fatto del tutto sorprendente è da constatare: la rarefazione progressiva dell’oro. Lo si può rilevare dalla monetazione di oro merovingio dell’VIII secolo, i cui pezzi contengono una lega di argento sempre più notevole. Manifestamente l’oro ha cessato di venire dall’Oriente. Mentre continua a circolare in Italia, si rarefà in Gallia al punto che si rinunzia a servirsene come moneta. A partire da Pipino e da Carlomagno non si coniano più, eccetto rarissime eccezioni, che denari d’argento. L’oro riprenderà il suo posto nel sistema monetario solamente nella stessa epoca in cui le spezie riprenderanno il loro nell’alimentazione.

È qui un fatto essenziale e che vale più di tutti i testi. Bisogna bene ammettere che la circolazione dell’oro era una conseguenza del commercio, poiché là dove il commercio si è conservato, cioè nell’Italia meridionale, si è ugualmente conservato l’oro.

La scomparsa del commercio orientale e del traffico marittimo hanno avuto per conseguenza la scomparsa dei mercanti di professione nell’interno del paese. Non se ne parla quasi mai più nei testi; tutte le menzioni che si trovano possono essere interpretate come applicantisi a mercanti occasionali. Io non vedo più a quest’epoca un solo negociator del tipo merovingio, cioè che presta denaro a interesse, che si fa seppellire in un sarcofago, che dona beni ai poveri ed alle chiese. Niente ci mostra che vi siano ancora nelle città colonie di mercanti o una domus negotiantum. Come classe i mercanti sono certamente spariti. Il commercio non è scomparso, perché un’epoca senza nessuno scambio è impossibile immaginarla; ma ha preso un altro carattere. Come si vedrà in seguito, lo spirito dell’epoca gli è ostile, eccetto che nei paesi bizantini. Il ridursi del numero di persone che sappiano leggere e scrivere presso i laici rende d’altronde impossibile il mantenimento di una classe di gente che vive normalmente di compravendita. E la scomparsa del prestito ad interesse prova a sua volta il regresso economico prodotto dalla chiusura delle vie del mare.

Non si creda che i musulmani di Africa e di Spagna o anche di Siria avrebbero potuto sostituirsi agli antichi commercianti del Levante bizantino. Dapprima fra loro ed i cristiani c’è la guerra perpetua. Essi non pensano a trafficare, ma a saccheggiare. Tutti i testi non ne ricordano nemmeno uno stabilito in Gallia o in Italia. È un fatto accertato che i commercianti musulmani non si installano al di fuori dell’Islam. Se hanno fatto il commercio lo hanno fatto fra di loro. Non si trova un solo indizio, dopo la conquista, di un traffico tra l’Africa ed i cristiani, eccetto, come si è già detto, in ciò che concerne i cristiani dell’Italia meridionale. Ma niente di simile si constata per quelli della costa di Provenza.

In queste condizioni a sostenere il commercio non restano che gli Ebrei. Essi sono numerosi dappertutto; gli Arabi non li hanno cacciati né massacrati ed i cristiani non hanno cambiato atteggiamento riguardo a loro. Costituiscono dunque la sola classe la cui sussistenza sia dovuta al traffico. Ed inoltre, grazie ai contatti che continuano a man tenere tra loro, costituiscono l’unico legame economico che sussista tra l’Islam e il mondo cristiano o potremmo dire, tra Oriente ed Occidente.

Pirenne H., Maometto e Carlomagno, Laterza, Bari 1969, pp. 154-65

R.S. Lopez: Gli agenti delle relazioni tra Oriente ed Occidente nell’alto Medioevo

La prova migliore della fecondità del lavoro di Pirenne viene dalle critiche alle sue tesi e dalle revisioni cui sono state sottoposte. La riconsiderazione più meditata, e anche la più radicale, fu opera del grande storico italiano Roberto Sabatino Lopez (1910-1986) che già nel 1947 esponeva pubblicamente le ragioni del suo dissenso da Pirenne.

Lopez negava che fossero correttamente interpretati i fattori (sparizione della moneta aurea in Occidente, rarefazione di merci come il papiro, spezie e altri prodotti di lusso) annoverati in Maometto e Carlomagno, come indizi della crisi economica europea. La sua ricognizione, effettuata sulla base di fonti comunque assai esigue, consentiva di mettere in luce il perdurare degli scambi lungo le rotte mediterranee anche nel periodo cruciale dell’avvio dell’espansione araba e del suo primo consolidamento.

Con Lopez la prospettiva dell’invasione araba come soluzione di continuità non perde di efficacia, per sua stessa ammissione, sul piano della storia culturale e religiosa; ma sul piano della storia economica subisce un serio ridimensionamento.

La seconda fase del nostro schema cronologico, che si apre intorno al 750 con l’avvento degli Abbasidi e dei Carolingi e si chiude verso la fine del secolo nono, porta con se non soltanto un modesto aumento numerico delle testimonianze, ma anche le prime affermazioni di nuovi specialisti del commercio tra l’Islam e Occidente. Dei vecchi specialisti, soltanto gli ebrei mantengono e rafforzano le loro posizioni; ma i greci dell’Asia e della Grecia propria cominciano a eclissarsi di fronte agli italo-bizantini, i siriani di fronte agli iracheni e agli scandinavi. Questi cambiamenti mi sembrano collegati non con nuovi conflitti militari e religiosi, ma con un riassestamento politico ed economico dei tre stati principali (bizantino, arabo e franco), che riassumerei in due semplici proposizioni: il centro di gravità di ogni stato si spostò verso l’interno; il commercio internazionale si spostò verso la periferia.

Della prima proposizione, il Pirenne ha drammaticamente segnalato un solo aspetto: l’impero carolingio ha “voltato le spalle al Mediterraneo”, impiantando la propria capitale a Aquisgrana anziché nei vecchi centri merovingi di Parigi e Soissons. Si potrebbe obiettare che anche Roma e Pavia furono capitali carolinge, e che i carolingi affermarono la loro presenza sul Mediterraneo lungo una facciata molto più ampia della Provenza merovingia: da Barcellona al Beneventano e all’Istria. Ma rimane innegabile che la base austrasiana e l’espansione in territorio sassone e slavo fecero gravitare l’impero carolingio verso il mare del Nord e il Baltico. A loro volta, gli orientalisti vedono nel trasferimento della capitale del califfato da Damasco a Baghdad un sintomo della nuova prevalenza dell’Iraq e delle province orientali, e della degradazione della Siria. Anche qui si potrebbe obiettare che il califfato non voltò veramente le spalle al Mediterraneo, al quale lo ancoravano l’Egitto e il Maghreb; ma la Spagna divenne indipendente, e a poco per volta altre province occidentali si resero autonome. Finalmente, l’impero bizantino perse la maggior parte delle sue province italiane e vide slavi e bulgari dilagare nella penisola balcanica. La capitale rimase a Costantinopoli, ma Costantinopoli non è che l’anticamera del Mediterraneo, e, al tempo stesso, è la porta dell’Asia e del Mar Nero.

Nel medesimo periodo, tra la metà dell’ottavo secolo e la fine del nono, i tre imperi (bizantino, arabo e franco) provvidero come potevano a rafforzare il loro sistema di controllo del commercio internazionale, nel duplice intento di aumentare il gettito delle dogane e di impedire il traffico di merci proibite. L’impero bizantino rimise in efficienza i posti di frontiera, che esistevano sin dai tempi di Diocleziano, ma che erano stati, in gran parte travolti dalle invasioni; e se ne servì per incanalare i mercanti stranieri verso un nuovo e più stringente punto di controllo: i fondaci-alloggi (mitata) di Costantinopoli. Qui, sotto la protezione ma anche la sorveglianza molesta dei funzionari imperiali, si andò concentrando una gran parte del commercio estero bizantino. A loro volta gli arabi stabilirono almeno su qualche tratto dei confini i loro posti di frontiera. Non consta che abbiano anche costituito qualche cosa di simile ai mitata bizantini nella loro capitale; ma chi voleva evitare, partendo da Baghdad, il doppio controllo dei posti di frontiera arabi e bizantini, poteva facilmente raggiungere l’Europa settentrionale e occidentale attraverso il Mar Nero o il Mar Caspio e i fiumi della Russia, fino a quel Mediterraneo del Nord che è il Baltico. E qui avrebbe incontrato le avanguardie mercantili dell’Europa carolingia, anch’esse sospinte verso i mari settentrionali dal desiderio di evitare i posti di frontiera dell’impero bizantino, e probabilmente anche quelli dell’impero carolingio. Infatti l’impero carolingio aveva ereditato dal regno longobardo un troncone di posti di frontiera, e l’aveva prolungato su tutto il confine terrestre orientale, dall’Adriatico al Baltico.

Se il Mediterraneo avesse veramente perduto ogni importanza come arteria commerciale (come suppongono i pessimisti più neri), i mitata di Costantinopoli e la lunga linea dal Mar Nero al Baltico sarebbero bastati agli scambi internazionali. Ma il Mediterraneo non era defunto: era pur sempre la via più corta, e la meno rigidamente controllata. Vi erano infatti, a metà strada tra Oriente e Occidente, e ai punti d’incontro dei tre imperi, i porti italo-bizantini che si erano sottratti alla dipendenza diretta da Costantinopoli. Tra la metà dell’ottavo secolo e la fine del nono essi cominciarono a funzionare come una zona franca, utile ai tre imperi (o almeno ai loro cittadini), per coprire quegli scambi tra nazioni belligeranti che conviene tollerare piuttosto che sopprimere; qualche cosa come Hong-Kong o la Finlandia o la Iugoslavia in tempi più recenti. Insieme con gli scandinavi e con gli ebrei, gli italobizantini fornirono al commercio quegli intermediari neutrali che le nuove restrizioni avevano reso necessari.

Mi rendo ben conto che le grandi linee che abbiamo tracciate sono in parte ipotetiche, in parte troppo semplici per rappresentare la realtà senza dubbio complessa che i documenti illuminano malamente. Ma nell’insieme, i pochi fatti conosciuti trovano in queste linee la sola spiegazione plausibile. La degradazione politica della Siria [nota 14] e la sua lontananza tanto dalla Russia quanto dai porti italo-bizantini ci aiutano a comprendere perché di siriani in Occidente non si senta più parlare. Il successo crescente dei mitata spiega perché i mercanti greci, pur partecipando al modesto rifiorimento dell’economia bizantina, rinuncino a poco per volta a cercare affari nei porti lontani e si abituino ad aspettare i clienti nell’ambiente più comodo e protetto dei fondaci-alloggi di Costantinopoli. Dopo la metà dell’ottavo secolo si incontrano ancora lungo le coste italiane, ma sempre più raramente; un privilegio reale del 921, probabilmente ripetizione meccanica di un diploma [nota 15] più antico, li menzionerà ancora come possibili avventori in Provenza; poi, di mercanti greci in Occidente non si sente più parlare.

Gli ebrei, per contro, sono in piena ascesa. Lo svantaggio iniziale di non essere trattati come cittadini di pieno diritto in alcuno dei tre stati che innalzano barriere contro la circolazione degli stranieri si converte in atout, nelle mani di mercanti che hanno pratica della scrittura in un’età di analfabetismo e mantengono legami con comunità lontane in un’età di isolamento. Chi badasse all’importanza relativa piuttosto che al volume assoluto, potrebbe forse dire che il nono secolo fu l’apogeo del commercio internazionale ebraico. Senza dubbio, nel decimo secolo i mercanti ebrei cresceranno in numero e in ricchezza [...]. I sovrani ricorrono a loro per missioni diplomatiche e per forniture; l’arcivescovo di Lione declama invano contro la loro invadenza; i capitolari imperiali li nominano con l’espressione caratteristica “gli ebrei e gli altri mercanti” – quasi a dire, osserva il Pirenne, che mercante e ebreo sono praticamente sinonimi. E il Pirenne non ha notato che poco più tardi, la medesima espressione apparisce in un testo giuridico bizantino, il Libro del Prefetto. Dal canto suo, verso la metà del nono secolo, il primo testo arabo che getta luce sul commercio internazionale del califfato – il Libro delle Vie e dei Regni di Ibn Khurradadhbah, descrive a lungo i tre itinerari degli ebrei “Rhadaniti”, mercanti poliglotti che fanno la spola tra l’estremo Occidente e la Cina. Testo troppo famoso, e forse, e da usarsi con cautela; Ibn Khurradadhbah non è bene informato sui paesi lontani, e i misteriosi “Rhadaniti” non possono essere stati che una minoranza dei mercanti ebrei. Ma nell’estrema povertà delle fonti arabe, non conviene far gli schizzinosi.

Se gli ebrei sono coperti dalla neutralità degli apolidi, gli italo-bizantini puntano sulla cittadinanza o quasi-cittadinanza in più di uno stato alla volta: soluzione anche migliore, perché li esenta da tutte le restrizioni in tutti i paesi. Forse, il gioco era stato tentato su una scala locale fin dal 715 o 716, quando Comacchio (teoricamente bizantina) si era accordata con alcune città longobarde della regione padana per far passare a tariffa ridotta sale delle lagune, olio del retroterra bizantino o africano, e pepe dei lontani tropici. (Chi penserebbe, oggi, che al tempo di re Liutprando occorressero acrobazie diplomatiche per condire un’insalata?) Tra la metà dell’ottavo secolo e quella del nono, il gioco si precisa e si diffonde in combinazioni triangolari, tra franchi, bizantini, e arabi. Simultaneamente, Venezia e Napoli si emancipano, sotto duchi che si fanno anche chiamare ipati [nota 16], e forse non sdegnerebbero di passare per emiri. Altre città seguono come possono il loro esempio, in un gioco di altalena nel quale l’ubicazione geografica tende a dettare le preferenze politiche. Venezia, più vicina a Bisanzio, tratta coi re e gli imperatori in Italia e commercia con l’Egitto e la Siria, ma nei frangenti più gravi combatte a fianco dei greci. Napoli, che come abbiamo veduto commerciava con l’Egitto già nel 722, cerca di tenersi buoni i franchi e i greci, ma quando è necessario scegliere si allea più spesso con gli arabi; e Amalfi non le sta addietro.

Nel giudicare l’importanza relativa delle diverse città negli scambi tra Islam e Europa cattolica, conviene tener conto del fatto che le fonti veneziane, per quanto scarse, sono molto più copiose delle fonti campane. Per esempio, al tempo di Leone V l’Armeno (813-820) apprendiamo che Venezia ha dovuto rassegnarsi a proibire temporaneamente il commercio con l’Egitto e la Siria, per non incorrere nell’ira dell’imperatore bizantino; poco più tardi, i mercanti veneziani involano ad Alessandria le reliquie di san Marco; nell’853, il vescovo Orso Partecipazio dispone nel suo testamento di un sacco di pepe, senza dubbio proveniente da mercati arabi; nell’862, i veneziani si impegnano a pagare al monastero di Bobbio un canone annuo di pepe e di cannella… Ciò nonostante, io credo che dall’ottavo al decimo secolo Napoli, Amalfi e Gaeta abbiano tenuto il primo posto tra i mercanti cattolici nell’Africa e forse anche in Siria [...]. Invano papa Giovanni VIII tenterà di guadagnarli alla causa cristiana col sistema del bastone e della carota, minacciandoli del blocco commerciale e, al tempo stesso, offrendo loro una buona manciata di quei mancusi che pare ormai si possano considerare monete arabe. [...]

D’altronde, quello stesso Ibn Khurradadhbah che menziona i principali articoli importati dall’Europa cattolica e sottolinea le attività degli ebrei “Rhadaniti”, non dice una parola delle città italiane. Al-Jahiz, un altro scrittore arabo del nono secolo, in una lista di mercanzie che l’Iraq importa da tutte le parti del mondo non cita neppure una mercanzia proveniente dall’Italia.

L’apparire degli italo-bizantini tra gli intermediari commerciali del periodo tra la metà dell’ottavo secolo e la fine del nono è dunque una promessa, ma non ancora una realizzazione. Perché le loro imprese si allarghino, occorre che la loro forza armata si imponga sul Mediterraneo e lo purghi dai pirati; e nel nono secolo c’è ancora molta strada da fare. Mi viene in mente un libretto bizantino del tempo, la Vita di San Gregorio Decapolita, che ci descrive in una narrazione serrata il porto di Efeso imbottigliato da pirati musulmani, un fiume della Tracia infestato da pirati slavi, la rotta da Corinto a Roma minacciata da pirati siciliani… Eppure i pirati non avrebbero potuto moltiplicarsi senza navi mercantili da depredare. Vi furono sempre intervalli pacifici, itinerari meno esposti, navi più rapide degli inseguitori, convogli più forti degli aggressori. Naturalmente il rischio fece salire il costo dei trasporti, ma il costo non è l’elemento decisivo quando si tratta di oggetti di lusso o di materiali strategici indispensabili. [...]

Sembra comunque evidente, da quanto si è detto finora, che il volume e forse anche la varietà degli oggetti di scambio si siano considerevolmente accresciuti durante la seconda fase; ma chi volesse precisare, quantitativamente e qualitativamente, troverebbe le fonti quasi altrettanto ermetiche quanto quelle della prima fase. E poiché ci siamo proposti di osservare rigorosamente la cronologia, ci limiteremo a notare che le fonti occidentali continuano a segnalare come articoli di importazione l’avorio, i tessuti di lusso, il pepe e altre spezie. Dal canto suo Ibn Khurradadhbah cita gli schiavi, il corallo e le pellicce come le principali esportazioni dei paesi cattolici. Gli schiavi, nel secolo nono, sono di gran lunga al primo posto, quanto alla frequenza dei riferimenti nelle fonti, tanto orientali quanto occidentali. V ero è che molti riferimenti sono deprecazioni e divieti: a differenza dalle pellicce e dal corallo, dal pepe e dall’avorio, che non sollevano obiezioni, gli schiavi sono merce doppiamente proibita, come “materiale strategico” e come anime da non abbandonare a infedeli. Gli imperatori carolingi, più intenti dei loro predecessori a legiferare, e più impegnati in problemi etici e religiosi, si danno da fare per combattere quelle che sembrano loro le maggiori piaghe dell’economia: la tratta degli schiavi e il prestito a usura. Ma i loro fulmini sono spuntati; tutti sanno che gli ebrei, anime dannate in ogni caso, potrebbero difficilmente essere distolti da queste due pratiche illegittime ma indispensabili nella società del tempo; gli italo-bizantini appartengono a un mondo dove ne l’interesse ne la schiavitù sono formalmente proibiti (perché Bisanzio ammette l’uno e l’altra); gli scandinavi non accettano legge da nessuno, nemmeno dai loro dei. E se a noi, moderni, il prestito a interesse pare un sintomo di vitalità commerciale (almeno quando viene accordato a mercanti), il fiorire della tratta degli schiavi getta una trista luce sul cosiddetto “rinascimento carolingio”.

Lopez R.S., L’importanza del mondo islamico nella vita economica europea, in L’occidente e l’Islam nell’alto medioevo, XII Settimana di studio del Centro Italiano di studi sull’Alto Medioevo (aprile 1964), Spoleto 1965, I, pp. 444-55

PRO E CONTRO LA “TESI DI PIRENNE” SULL’ESPANSIONE ARABA

[da Gentile - Ronga - Salassa, Corso di Storia, vol I, Brescia, La Scuola, 1990, pp. 282-298]

Tra il VII e l’VIII secolo ebbe luogo l’espansione repentina ed inarrestabile dell’Islam nel bacino mediterraneo. Regioni che, per secoli, erano appartenute all’area romana o ellenistica furono assoggettate al dominio musulmano, accolsero la religione islamica e la lingua araba. L’Europa si trovò dinanzi a un’originale civiltà ed a una nuova – e nel giro di pochi decenni estesissima – realtà politica; quali ripercussioni ebbe questa mutata situazione sulla sua storia, sulla sua economia, sulla sua evoluzione? Quale fu la nuova realtà del bacino mediterraneo in seguito all’affacciarsi sulle sue sponde del mondo musulmano? Queste domande hanno vivacemente sollecitato la riflessione degli storici ed hanno dato vita ad un intenso e talvolta infuocato dibattito, soprattutto in seguito alla comparsa della tesi dello storico belga Pirenne.

Essa fu enunciata sulle pagine della Revue belge de philologie et d’histoire, nel 1922-1923 e fu poi rielaborata ed approfondita in una famosa opera uscita postuma nel 1937: Maometto e Carlomagno. In essa lo storico belga sostiene che fu proprio la rapida diffusione dell’islamismo a determinare la definitiva morte del mondo antico e a segnare l’inizio di una nuova epoca nella storia europea, quella medievale. Sempre secondo Pirenne, le invasioni barbariche, che la storiografia tradizionale vedeva come momento fondamentale nella crisi del mondo antico, in realtà furono assai meno sconvolgenti dell’espansionismo arabo. Esse infatti, pur determinando la frammentazione politica dell’Impero, non causarono alcuna rottura dell’unità del mondo mediterraneo, propria dell’antichità: le strutture economiche e sociali, la lingua, la cultura e le istituzioni rimasero quelle della romanità. Gli invasori, privi di nuove proposte, furono soggiogati dalla secolare civiltà mediterranea e l’assorbirono.

Ben diversamente andarono le cose con l’apparire ed il diffondersi dell’Islam: esso possedeva una proposta culturale e religiosa nuova e si gettò nella conquista con tutta l’irruenza e l’entusiasmo di una civiltà originale, ricca di energie, in grado di soggiogare e modificare le realtà che cadevano sotto il suo dominio.

In questo modo l’Islam spezzò l’unità culturale che per secoli aveva caratterizzato il bacino del Mediterraneo ed insieme ne infranse anche l’unità economica; nei primi anni dell’VIII secolo il commercio tra il Mediterraneo occidentale e quello orientale cessò del tutto. I prodotti che l’Occidente importava dai mercati orientali sparirono: così fu per il papiro, per le spezie, per i tessuti pregiati; anche la quantità d’oro, progressivamente, si rarefece ed il ceto dei mercanti a poco a poco sparì.

Secondo Pirenne, dunque, l’espansione dell’Islam determinò un profondo sconvolgimento nella realtà del mondo mediterraneo, ben diverso dalle invasioni germaniche, che lasciarono sopravvivere la civiltà e l’economia del mondo antico. L’unità del mondo mediterraneo fu infranta e l’Occidente rimase “imbottigliato”, costretto a vivere delle proprie risorse, separato dall’Oriente; la sua economia si ruralizzò, le sue attività commerciali divennero insignificanti e la circolazione della moneta aurea sparì. Così ebbe fine il mondo antico tra VII ed VIII secolo – e non come la tradizione proponeva, con la deposizione di Romolo Augustolo.

Questo radicale mutamento delle condizioni culturali ed economiche del mondo occidentale rappresentò il presupposto su cui i Carolingi costruirono un nuovo Impero – ben diverso da quello romano – con il quale si ha il vero inizio dell’età medievale. Nella ricostruzione storica di Pirenne, dunque, l’avvento di Carlomagno sarebbe stato impossibile senza il precedente avvento di Maometto, ossia le strutture economiche e istituzionali su cui si fondò l’Impero carolingio non sarebbero pensabili senza la rottura dell’unità mediterranea determinata dall’espansionismo musulmano.

L’opera di Pirenne rappresentò “la prima presa di coscienza che la storiografia medievistica europea ha conosciuto delle “occasioni” concrete del farsi dell’Europa” (Capitani), ma la novità delle tesi da essa proposte suscitò immediatamente reazioni e dispute, che nulla tolgono al fascino di Maometto e Carlomagno.

Già nel 1930 Dopsch in Economia naturale ed economia monetaria contestava il rapporto di causa-effetto che Pirenne aveva posto tra l’espansionismo arabo e la decadenza della vita economica dell’età carolingia: egli riteneva infatti errata l’affermazione che in epoca carolingia vi fosse stato un repentino regresso economico volto verso un ritorno all’economia naturale; al contrario proprio a partire dal IX secolo ebbe luogo, secondo Dopsch, una ripresa dei commerci e della circolazione di monete sia d’oro che d’argento. Veniva dunque a cadere il legame di implicito rapporto causale che Pirenne aveva posto tra la nascita dell’Impero carolingio e l’espansionismo islamico. Negli anni ‘30, altri storici (Sabbe, Ganshof) si opposero alla tesi dello storico belga muovendosi sulla strada indicata da Dopsch, cioè dimostrando che la situazione economica dell’Occidente dopo l’affacciarsi dell’Islam non era tale quale era descritta in Maometto e Carlomagno.

Una novità nella riflessione storiografica sulla tesi di Pirenne è rappresentata da un penetrante saggio di Lopez, Maometto e Carlomagno: una revisione (Speculum, 1943); qui egli concorda con l’affermazione pirenniana che mentre le invasioni barbariche non avevano determinato l’insorgere di un’epoca nuova, la conquista araba, invece, aveva aperto una nuova età; ma ciò soltanto per quanto riguarda la storia della cultura. Per quanto riguarda invece il rapporto di causalità tra le conquiste musulmane e l’evoluzione dell’economia occidentale, Lopez si oppone allo storico belga puntando la sua stringente critica proprio sulle quattro “sparizioni” – valuta aurea, spezie, vesti di lusso e papiro – che le conquiste arabe avrebbero determinato, secondo Pirenne, nell’Occidente.

L’originalità della posizione consiste nel fatto che egli, a differenza dei precedenti critici di Pirenne e di Pirenne stesso, fonda il suo discorso non soltanto sulla documentazione occidentale – peraltro povera – ma anche su quella orientale, ottenendo così una ricostruzione storica più precisa e realistica.

Secondo Lopez non è sostenibile la tesi “catastrofistica” di Pirenne, secondo la quale, come abbiamo visto, le conquiste arabe hanno determinato il passaggio, in Occidente, da un periodo di economia “aperta” ad un periodo di economia “chiusa”: questo passaggio non può essere dovuto solo a cause esterne, bensì fu lo sviluppo di una tendenza già presente nel mondo occidentale a prescindere dall’espansione dell’Islam.

Le “sparizioni” poi non furono determinate dalla rottura dell’unità mediterranea, ma da avvenimenti verificatisi nel mondo orientale sia bizantino che musulmano: infatti sia il papiro che i tessuti pregiati che la valuta aurea erano lì monopolio di Stato, soggette a restrizioni maggiori o minori a seconda del periodo.

I Carolingi abbandonarono la moneta aurea per una politica di conciliazione con i Basileis, i quali si ritenevano gli unici eredi dell’Impero romano e quindi gli unici aventi diritto a coniare monete con l’effigie imperiale; d’altra parte presso i Merovingi vi era già stata una diminuzione della circolazione aurea intorno alla fine del secolo VI a causa della diminuzione dei commerci e dell’anarchia in cui era caduto lo Stato. Inoltre la cessazione della coniazione di monete d’oro avvenne presso i Carolingi solo nella seconda metà del secolo VIII – assai più tardi dell’epoca delle conquiste islamiche – e sparì definitivamente dopo Ludovico il Pio a causa del progressivo decadimento del potere dei sovrani, per ragioni politiche, quindi, più che economiche.

Quanto alla sparizione del papiro essa fu dovuta ad un affievolirsi, presso i Franchi, delle tradizioni romane, mentre nelle regioni soggette al dominio bizantino, quali alcune regioni italiane, l’uso del papiro continuò fino all’XI secolo, allorché venne sostituito dalla carta.

Infine la sparizione di tessuti di lusso e di spezie fu determinata, secondo Lopez, sia da un cambiamento nei costumi e nei gusti dell’Occidente, sia dalla maggiore difficoltà nei commerci con l’Oceano Indiano e il mare della Cina – da cui le merci provenivano – sia da una differente politica dei monopoli fatta dai Bizantini: quanto più i rapporti politici tra l’Impero d’Oriente e l’Occidente erano tesi, tanto più i Basileis limitavano l’esportazione di merci pregiate. Quindi la loro diminuzione in Occidente non fu causata dalle conquiste arabe, ma da altre complesse motivazioni.

Una visione completamente diversa nei rapporti tra mondo islamico e mondo occidentale fu proposta da Lombard nel 1948, sulle pagine delle Annales: egli sosteneva che Pirenne aveva giustamente intuito che vi doveva essere un nesso tra gli avvenimenti prodottisi in Oriente e in Occidente all’epoca delle conquiste musulmane, ma aveva errato valutando negativamente il tipo di influenza esercitata dal mondo islamico sull’Occidente. In realtà secondo Lombard l’Islam, così ricco di energie e di ricchezze, divenne un “centro d’irradiazione”, un “centro incitatore”, un “centro di diffusione” per un rinnovamento economico, intellettuale ed artistico che coinvolse tutto il mondo Mediterraneo. Le conquiste musulmane, lungi dall’”imbottigliare” l’Occidente, lo misero in relazione con nuove aree economiche, quale l’Oceano Indiano; anziché spezzare l’unità che per secoli aveva contraddistinto il Mediterraneo, inserì quest’ultimo in un orizzonte più ampio e più ricco. In questo modo l’espansione del mondo musulmano diede origine, intorno alla fine del secolo VIII, a quel risveglio dell’Occidente, in campo commerciale, economico e culturale, che culminerà poi nel secolo XI. Non è casuale che i primi centri che si risvegliarono furono quelli che erano in qualche modo in relazione con il mondo orientale, che diventarono a loro volta centri vitali per l’Occidente barbarico.

Nel 1968, Boutruche, in Signoria e feudalesimo ritorna ancora sulla tesi di Pirenne e sulla discussione da essa suscitata, trattando l’argomento degli scambi nell’Alto Medioevo; egli, pur affascinato dall’opera dello storico belga, dalle sue “formule mirabili” e dalle sue “visioni sintetiche” auspica tuttavia che la ricerca storiografica si affidi con un rigore maggiore al vaglio dei documenti e abbandoni la “immaginazione creatrice”. Pirenne in realtà, secondo Boutruche, aveva sopravvalutato l’attività commerciale presente nell’Occidente prima dell’VIII secolo ed insieme sottovalutato la presenza di scambi in epoca carolingia; a spiegazione del repentino passaggio da un’economia “aperta” ad un’economia “chiusa” aveva poi posto le invasioni musulmane. In realtà, secondo Boutruche, non è sostenibile la tesi “catastrofistica” dello storico belga: a ben esaminare i fatti, le attività commerciali dell’Occidente erano già in declino nel momento in cui gli Arabi si affacciarono sul mare Mediterraneo; ciò in seguito ad una lenta evoluzione iniziata in epoca basso-imperiale a causa delle invasioni barbariche e del tentativo di restaurazione di Giustiniano. La conquista musulmana peggiorò sì le cose, ma non fu che la casella di un mosaico che aveva già precedentemente cominciato a formarsi.

Mentre Pirenne era ossessionato dallo “spauracchio” arabo, di contro Lombard era, secondo Boutruche, affascinato dal “miraggio” orientale, tanto da sostenere, come abbiamo già visto, che le conquiste arabe rivitalizzarono l’Occidente, gettando le basi per il suo risveglio nel secolo XI. Ma ancora una volta Boutruche richiama ai fatti, ai documenti e offre un ammonimento significativo agli attori di questa decennale polemica: “Facciamo bene attenzione a non attribuire all’VIII secolo ciò che appartiene all’XI o a un intero continente ciò che vale solo per alcune regioni. Facciamo ugualmente attenzione a non abbassare Bisanzio o l’Occidente di tanto quanto innalziamo l’Islam, dimenticando che le cause del loro declino e del loro slancio debbono essere ricercate non solo nelle loro relazioni con l’esterno, ma anche nella loro organizzazione interna”.

Il dibattito intorno alla tesi di Pirenne si è, nel corso degli anni, affievolito fino a spegnersi e Maometto e Carlomagno da opera innovatrice e suscitatrice di approfondimenti e precisazioni è divenuta un classico della tradizione storiografica. Tuttavia se le soluzioni proposte dallo storico belga appaiono ormai datate e superate, sempre stimolante resta il problema da lui sollevato: quello del rapporto tra Oriente e Occidente in epoca altomedievale.

H. Pirenne: L’espansione islamica e la rottura dell’unità mediterranea

Da qualsiasi lato si guardi, il periodo aperto con lo stabilirsi dei barbari sul territorio dell’impero non ha introdotto nella storia nulla di assolutamente nuovo (si conservano la lingua, la moneta. la scrittura – papiro – i pesi e le misure, l’alimentazione, le classi sociali, la religione [...], l’arte, il diritto, l’amministrazione, le imposte, l’organizzazione economica). I Germani hanno distrutto il governo imperiale in partibus occidentis, ma non l’impero. Essi stessi, installandovisi come foederati, lo riconoscono. Lungi dal volervi sostituire qualcosa di nuovo, essi vi prendono stanza e, se i loro ordinamenti provocano gravi degradazioni, non portano con sé un piano nuovo [...]. In breve, il carattere essenziale della Romania resta mediterraneo [...]. A guardare le cose come sono, la grande novità dell’epoca è dunque un fatto politico: una pluralità di stati si sostituisce in Occidente all’unità dello stato romano. Questo è senza dubbio un fatto considerevole; l’aspetto dell’Europa cambia. Però la vita nella sua sostanza non cambia: questi stati, che si chiamano nazionali, in realtà non sono affatto nazionali, ma solo tanti frammenti del grande insieme, a cui si sono sostituiti [...]. In altri termini l’unità mediterranea, che costituisce l’essenza del mondo antico, si mantiene in tutte le sue manifestazioni [...]. La politica mediterranea di Giustiniano – ed essa è tale, poiché egli le sacrifica le lotte contro i Persiani e gli Slavi – corrisponde allo spirito mediterraneo di tutta la civiltà europea dal V al VII secolo. Lungo le coste di questo mare nostrum si ritrovano tutte le manifestazioni specifiche della vita dell’epoca. Come ai tempi dell’impero, verso di essa gravita il commercio; in quei paesi scrivono gli ultimi rappresentanti della letteratura antica, un Boezio, un Cassiodoro; è là che nasce e si sviluppa, in pari tempo con un Cesario di Arles e un Gregorio Magno, la nuova letteratura della Chiesa, e con un Isidoro di Siviglia si fa l’inventario della civiltà, merce il quale il Medioevo avrà conoscenza dell’antichità; là a Lérins o a Montecassino, il monachesimo venuto dall’Oriente si assuefà all’ambiente occidentale; di là partono i missionari per andare a convertire l’Inghilterra; e là sorgono i monumenti caratteristici di quell’arte ellenistico-orientale, che sembra per un certo tempo destinata a diventare quella dell’Occidente come è rimasta quella dell’Oriente.

Nel VII secolo nessun sintomo annunzia ancora la fine di quella comunanza di civiltà costituita per opera dell’impero romano dalle colonne d’Ercole fino al mare Egeo e dalle coste dell’Egitto e dell’Africa a quelle dell’Italia, della Gallia, della Spagna. Il mondo nuovo non ha perduto il carattere mediterraneo del mondo antico. Lungo le coste del Mediterraneo si concentra e si alimenta tutto ciò che quel mondo possiede di attivo. Niente annunzia che l’evoluzione millenaria debba essere bruscamente interrotta. Nessuno attende una catastrofe.

La conquista araba, che si slancia in pari tempo sull’Europa e sull’Asia, è senza precedenti [...]. A pari di questa irruzione cosa sono le conquiste per tanto tempo arrestate e così poco violente dei Germani che dopo secoli riuscirono solo a corrodere il confine della Romania?.. Il grande problema che si pone a questo punto è di sapere perché gli Arabi, i quali non erano certamente più numerosi dei Germani, non furono assorbiti come loro dalle popolazioni dei paesi di civiltà superiore, dei quali si impadronirono. Tutto sta qui. Non c’è che una risposta, ed è di ordine morale. Mentre i Germani non ebbero niente da opporre al cristianesimo dell’impero, gli Arabi erano esaltati da una fede nuova [...]. Presso i Germani il vincitore andrà al vinto spontaneamente. Presso gli Arabi è il contrario, è il vinto che andrà al vincitore, e non vi potrà andare che servendo, come lui, Allah, leggendo, come lui, il Corano, dunque apprendendone la lingua, che è lingua santa e nello stesso tempo lingua dei conquistatori [...]. Il Germano si romanizza nel momento in cui entra nella Romania; il Romano invece si arabizza nel momento che è conquistato dall’Islam.

Cristianizzandosi l’impero aveva cambiato di anima, se così può dirsi; islamizzandosi, cambia insieme di anima e corpo. La società civile è trasformata quanto quella religiosa.

Con l’Islam un mondo nuovo entra nel bacino del Mediterraneo, dove Roma aveva diffuso il sincretismo della sua civiltà. Ha inizio una lacerazione che durerà fino ai giorni nostri. Sulle rive del mare nostrum si stendono ormai due civiltà differenti ed ostili [...]. Il mare, che era stato fino ad allora il centro della Cristianità, ne diviene la frontiera, l’unità mediterranea è rotta. L’espansione islamica non potette [...]. abbracciare tutto il Mediterraneo (l’Italia peninsulare, Venezia, il mare greco non diventarono dominio dei musulmani). Essa lo accerchiò ad est, a sud e a ovest; ma non fece presa a nord. L’antico mare romano diventò confine fra l’Islam e la cristianità [...]. In pari tempo l’Oriente era separato dall’Occidente. Il legame che aveva lasciato sussistere l’invasione germanica era reciso. Bisanzio non era più ora che il centro di un impero greco, per il quale non c’era più nessuna possibilità di politica giustinianea. L’Islam ruppe l’unità del Mediterraneo, che le invasioni germaniche avevano lasciato sussistere.

È questo il fatto più essenziale che sia avvenuto nella storia d’Europa dal tempo delle guerre puniche. E la fine della tradizione antica e il principio del medioevo, proprio nel momento in cui l’Europa era sulla strada per diventare bizantina. Finché il Mediterraneo rimase cristiano il commercio dell’Occidente era mantenuto dalla navigazione orientale. La Siria e l’Egitto ne erano i due centri principali. Ma ora precisamente queste due ricche province caddero per prime sotto la dominazione dell’Islam. Sarebbe un errore evidente credere che questa dominazione abbia estinto l’attività economica [...]. Il commercio dunque continuò, solo che cambiò direzione [...]. Si aprivano nuove vie commerciali che allacciavano il mar Caspio al Baltico per mezzo del Volga, e gli Scandinavi, i cui mercanti frequentavano le vie del mar Nero, dovettero prendere rapidamente un’altra strada.

La conquista della Spagna (711) e subito dopo la mancanza di sicurezza, in cui per conseguenza si trovarono le coste della Provenza, finirono di rendere del tutto impossibile la navigazione commerciale nel Mediterraneo occidentale; né i porti cristiani avrebbero potuto mantenere un commercio marittimo tra di loro, poiché o non avevano flotta o era irrilevante. Sicché si può affermare che la navigazione con l’Oriente cessi intorno al 650 con i paesi posti ad est della Sicilia, e si spenga su tutte le coste dell’Occidente nella seconda metà del VII secolo.

Al principio dell’VIII secolo essa sparisce completamente. Non esiste più un traffico mediterraneo altro che sulle coste bizantine [...]. Il mare d’ora in poi appartiene ai pirati saraceni. Essi nel IX secolo si impadroniscono delle isole, distruggono i porti, fanno scorrerie dappertutto. Il grande porto di Marsiglia, che un tempo era stata la tappa principale dell’Occidente verso il Levante, si svuota; l’antica unità economica del Mediterraneo è infranta, e tale resterà fino all’epoca delle crociate. Essa aveva resistito alle invasioni germaniche ma cede davanti allo slancio irresistibile dell’Islam.

[...]. A partire dall’VIII secolo tutti i prodotti che essi (i mercanti siri e orientali, N.d.R.) importavano non si trovavano più in Gallia: contro questo fatto non si può replicare. Tra le merci scomparse c’è anzitutto il papiro [...]. Le spezie devono essere scomparse nello stesso tempo che il papiro, poiché erano trasportate dalle medesime navi [...]. Naturalmente succede lo stesso per il vino di Gaza che scompare anch’esso. L’olio non viene più esportato dall’Africa. Quello di cui ci si serve ancora viene dalla Provenza [...]. Similmente l’uso della seta sembra estraneo all’epoca. Bisogna concludere da tutto ciò con il constatare la cessazione dell’importazione orientale in seguito all’espansione islamica. Un altro fatto del tutto sorprendente è da constatare: la rarefazione progressiva dell’oro. Lo si può rilevare dalla monetazione di oro merovingio dell’VIII secolo, i cui pezzi contengono una lega d’argento sempre più notevole. Manifestamente l’oro ha cessato di venire dall’Oriente. Mentre continua a circolare in Italia, si rarefà in Gallia al punto che si rinunzia a servirsene come moneta. A partire da Pipino e da Carlomagno non si coniano più, eccetto rarissime eccezioni, che denari d’argento. L’oro riprenderà il suo posto nel sistema monetario solamente nella stessa epoca in cui le spezie riprenderanno il loro nell’alimentazione [...]. Bisogna ammettere che la circolazione dell’oro era una conseguenza del commercio, poiché là dove il commercio si è conservato, cioè nell’Italia meridionale, si è ugualmente conservato l’oro.

La scomparsa del commercio orientale e del traffico marittimo hanno avuto come conseguenza la scomparsa dei mercanti di professione nell’interno del paese [...]. Come classe i mercanti sono certamente spariti. L’impero di Carlomagno fu il punto di arrivo della rottura dell’equilibrio europeo determinata dall’Islam. Se esso potette realizzarsi, la ragione fu che da una parte la separazione tra Oriente e Occidente aveva circoscritto l’autorità del Papa all’Europa occidentale, e che d’altra parte la conquista della Spagna e dell’Africa per opera dell’Islam aveva fatto del re di Francia il padrone dell’Occidente cristiano. È dunque rigorosamente vero dire che senza Maometto Carlomagno è inconcepibile.

L’antico impero romano nel VII secolo è diventato di fatto un impero d’Oriente; l’impero di Carlo è un impero d’Occidente; in realtà ciascuno dei due ignora l’altro.

Con il regno franco – però con quello austrasiano-germanico – si apre il Medioevo [...]. Il germanesimo comincia a rappresentare la sua parte. Fino a questo momento si era perpetuata la tradizione romana; ora comincia a svilupparsi una civiltà romano-germanica originale.

Conclusione.

Da tutto quello che precede risultano, come pare, due constatazioni essenziali:

  1. le invasioni germaniche non misero fine né all’unità mediterranea del mondo antico né a quello che si può considerare essenziale nella cultura romana, così come si conservava ancora nel V secolo, cioè nell’epoca in cui non ci fu più un imperatore in Occidente. Malgrado i turbamenti e le perdite risultate da questo fatto, non apparvero nuovi principi direttivi né in campo economico, né in quello sociale, né nello stato della lingua, né in quello delle istituzioni. Ciò che sussiste di civiltà è mediterraneo; la cultura si conserva presso le rive del mare e di là prendono origine i fenomeni nuovi… L’Oriente resta il fattore fecondante; Costantinopoli il centro del mondo. Nel 600 il mondo non ha preso una fisionomia qualitativamente differente da quella che aveva nel 400;
  2. la rottura della tradizione antica ebbe per suo strumento l’avanzata rapida ed imprevista dell’Islam. Questa ebbe come conseguenza la separazione dell’Oriente dall’Occidente, mettendo fine all’unità mediterranea. Paesi come l’Africa e la Spagna, che avevano continuato a partecipare alla comunità occidentale, da allora in poi gravitarono nell’orbita di Baghdad. Apparve un’altra religione, un’altra cultura; il Mediterraneo occidentale, divenuto un lago musulmano, cessò di essere la via degli scambi commerciali e delle idee, che non aveva cessato di essere fino a quel momento.

L’Occidente fu imbottigliato e costretto a vivere su se stesso, in condizione di vaso chiuso. Per la prima volta nella storia l’asse della vita mondiale si spostò dal Mediterraneo verso il nord. La decadenza in cui cadde in seguito a questo fatto il regno merovingio, fece apparire una nuova dinastia, originaria dei paesi germanici del nord, quella carolingia. Il Papa si alleò ad essa, staccandosi dall’imperatore, il quale, assorbito dalla lotta contro i musulmani, non era più in grado di difenderlo. Così la Chiesa di alleava al nuovo ordine di cose [...].

Il Medioevo – per conservare la locuzione tradizionale – cominciava. La transizione fu lunga; si può dire che essa prese tutto il secolo che corse tra il 650 ed il 750. In questo periodo di anarchia si perdette la tradizione antica e presero il sopravvento gli elementi nuovi.

L’evoluzione terminò nell’800 con la costituzione del nuovo impero, che consacrò la rottura dell’Occidente dall’Oriente per il fatto stesso che dava all’Occidente un nuovo impero romano. Questa era la prova evidente che si era staccato dal vecchio impero, continuato da Costantinopoli.

Pirenne H., Maometto e Carlomagno, Laterza, Roma-Bari 1987 (nuova edizione), pp. 129-133; 139-143; 153-156; 160-164; 225-226; 275-276.

A. Dopsch: L’espansione islamica non determinò un regresso dell’Occidente verso l’economia naturale

Il Pirenne [nota 17] si volge contro l’opinione tradizionale che la fondazione del regno franco dal tempo di Clodoveo abbia formato la base ed il punto di partenza del periodo carolingio e quindi anche del Medioevo. Le invasioni germaniche, egli dice, non hanno posto termine all’importanza storica dei territori del Mediterraneo. Essa perdura anche in epoche posteriori. Solo la comparsa dei musulmani vi avrebbe operato un mutamento radicale quando essi bloccarono il Mediterraneo, cosicché il nord assurse a forza nuova nel tempo dei Carolingi. Il Pirenne fonda su questo rivolgimento politico anche un catastrofico cambiamento nei rapporti economici. Il commercio del periodo merovingio è la diretta continuazione di quello dell’antichità e seguita a mostrare tutte le caratteristiche di un grande commercio [...]. La monetazione dei Merovingi attesta ancora questo legame con gli antichi [...]. La decadenza dell’economia s’inizia col 751, quando i Carolingi assunsero il potere. Qui il grande mutamento, la cesura sono comprensibili. Il commercio è ormai insignificante ed ora si afferma un ritorno alle condizioni sostanziali dell’economia agraria. La circolazione del danaro divenne povera. Col commercio scompare anche l’oro. Carlo Magno sostituisce conii aurei con quelli argentei [...]. Non c’è più un ceto di commercianti [...]. Le concezioni di Pirenne sull’economia del periodo merovingio sono assolutamente giuste [...]. Ma veniamo ora al periodo carolingio. Vi fu allora veramente, come vuole il Pirenne, un mutamento rovinoso della vita economica nei confronti dell’epoca merovingia? Seguì ora dappertutto un regresso verso l’economia naturale? In realtà non è vero che con i Carolingi fosse ormai scomparso tutto l’oro e che fossero subentrate le monete d’argento [...]. In realtà nel periodo carolingio non avvenne alcun passaggio dalla valuta aurea a quella argentea, ma piuttosto prima e dopo esistette una doppia valuta.

[...] Ed ora io faccio ancora un passo più in là. È giustificata la conclusione che la preferenza data alla moneta argentea equivalga ad un regresso del commercio nel periodo carolingio? Già uno sguardo gettato verso il nord ed il sud avrebbe dovuto trattenere da una simile supposizione. Vi era allora, in Inghilterra come in Spagna, un commercio considerevole, sebbene in entrambi i paesi dominasse la moneta d’argento.

Effettivamente anche tutti gli storici dell’economia, prima del Pirenne, avevano ritenuto che il commercio fosse andato crescendo e si fosse sviluppato proprio nell’epoca carolingia [...].

Manca di fondamento la tesi del Pirenne che il nord avesse raggiunto grande importanza a causa della penetrazione islamica, e che perciò l’asse europeo si fosse rivolto verso il nord [...]. Il regresso della coniazione aurea, la scomparsa del papiro [...] non sono ragioni sufficienti per dimostrare che allora il commercio fosse in regresso o avesse solo importanza locale [...]. La tesi del Pirenne è in stridente contraddizione con le prove concrete che attestano l’esistenza di un commercio considerevole appunto nel periodo carolingio.

I Carolingi avrebbero potuto facilmente procurarsi il papiro per la loro cancelleria attraverso l’Italia (Sicilia), come avvenne in effetti anche molto tempo dopo per la cancelleria papale; ma già molto prima, nella seconda metà del VII secolo, questa materia scrittoria non era più adoperata dai Merovingi [...]. Neppure è sostenibile l’opinione che non vi fosse città in cui ora si ricordasse la presenza di commercianti stranieri o indigeni [...]. I beni che hanno importanza per il sostentamento della vita sono oggetto di un rilevantissimo commercio [...]. Proprio nel periodo carolingio il commercio fu regolato dallo stato molto meglio che non nel periodo merovingio.

Il periodo carolingio non era povero di danaro, anzi disponeva di notevoli riserve di metallo nobile, non solo di argento, ma di oro [...]; l’oro e l’argento risultano esplicitamente come la parte essenziale nella costituzione dei patrimoni [...]; infine in periodo carolingio era già in uso l’economia di credito [...]. Si può osservare nell’insieme che quello carolingio non può essere definito come un periodo con caratteri essenzialmente economico-agrari nel senso di una decadenza o di un regresso nei rispetti del mondo merovingio, né si può pensare che il commercio fosse limitato o non avesse rappresentato una parte importante nel complesso dell’economia di quel tempo.

Dopsch A., Economia naturale ed economia monetaria, Sansoni. Firenze 1949, pp. 103-133.

M. Lombard: La relazione “Maometto-Carlomagno” mantiene la sua forza esplicativa, a patto di capovolgerne il senso

La critica ingegnosa di Lopez, come già il grande lavoro di spoglio di Sabbe, tende, nelle sue conclusioni, alla seguente proposizione, puramente negativa: non esiste alcuna relazione di causa-effetto tra le conquiste musulmane e l’evoluzione economica dell’Europa occidentale. Se i Carolingi abbandonano il conio dell’oro, è per politica di conciliazione verso i Basileis. Se il papiro scompare dalla Gallia franca alla fine del VII secolo, è perché le tradizioni romane erano lì meno vivaci che altrove. Se l’importazione dei tessuti di lusso e delle spezie rallenta un poco nell’Occidente barbarico, bisogna fame colpa sia alle trasformazioni della moda e del gusto, sia alla politica bizantina dei monopoli, sia alle difficoltà sopraggiunte nel commercio dell’Oceano Indiano e dei mari della Cina. La tesi di Pirenne è dunque falsa: l’espansione dell’Islam non ha provocato modificazioni profonde nei flussi commerciali che continuano ad unire, come in passato, l’Oriente all’Occidente.

Si deve dunque fare dietro front e rinunciare a seguire la via tracciata da Pirenne? Non è mai senza infinite precauzioni che occorre risolversi ad abbandonare il campo di ricerca aperto da una grande mente: e il merito immenso di Pirenne è proprio quello di averne delimitato uno, ponendo per primo la questione Oriente-Occidente sul piano economico.

No: le conquiste islamiche e il loro corollario, la fondazione d’un grande e potente dominio – il “mondo musulmano” – dall’Oceano Indiano all’Oceano Atlantico, non possono essere rimasti privi d’influenza sull’evoluzione economica dei paesi vicini. Non più delle conquiste di Alessandro e della nascita di un “mondo ellenistico”. Non più delle conquiste di Roma e della costituzione di un “mondo romano”.

Ma in quale direzione tende ad esercitarsi tale influenza? Quale segno attribuirle: negativo, come vuole Pirenne? O positivo? Si può ammettere che l’area economicamente più sviluppata, più forte, più intraprendente, abbia giocato un ruolo di polo negativo per l’area economicamente più arretrata, più debole, più ricettiva? L’area musulmana in pieno sviluppo un ruolo di barriera per l’area in regresso dell’Occidente barbarico?

Ancora no: Pirenne s’è sbagliato di segno.

Lungi dall’essere, per l’Occidente, una barriera, il mondo musulmano è un centro di diffusione delle influenze, tanto economiche quanto intellettuali o artistiche [...]. Un centro d’irradiazione, un centro incitatore, quali lo furono, prima di lui, il mondo ellenistico e il mondo romano, di cui esso riunisce, d’altronde, una grande parte degli elementi umani, i vecchi popoli dell’Oriente classico e del Mediterraneo: navigatori e carovanieri persiani e arabi, mercanti levantini (ebrei, alessandrini, siriani, armeni), corrieri berberi, popolazioni marittime degli stretti siciliano e gaditano. Il mondo dei porti, delle carovane, della botteghe, delle case di commercio, che conosce con il grande impero “musulmano”, e grazie ad esso, un autentico e repentino rinnovamento. I commercianti di sempre, gli intermediari nati, che è un po’ troppo ingiusto trasformare in tagliatori di strade, in “pirati”.

Lungi dall’”imbottigliare l’Occidente”, l’Islam ha aperto nuovi circuiti economici che, a poco a poco, un passo dopo l’altro, hanno riunito questo Occidente barbarico alla corrente delle relazioni generali:

  1. Saldando le due grandi aree economiche Oceano Indiano-Mediterraneo: per la prima volta dall’impero di Alessandro una medesima potenza dominava i due versanti della regione degli istmi (Caspio-Mar Nero, Golfo Persico-Mediterraneo, Mar Rosso-Mediterraneo). Il Mediterraneo cessava d’essere un lago – ciò che era all’epoca romana – per diventare un tratto di strada della grande via commerciale che univa ora l’Estremo Oriente all’Estremo Occidente. Poiché questa via non terminava in un vicolo cieco né alle frontiere orientali né alle frontiere occidentali del mondo musulmano: verso l’Asia dei Monsoni, i navigatori arabi e persiani avevano fondato delle colonie mercantili che prosperavano, dall’VIII secolo, nei porti dell’India, dell’Insulindia e della Cina; verso l’Occidente barbarico, attraverso il Mediterraneo o l’Atlantico, i mercanti levantini erano sostituiti da quelli veneziani, amalfitani, ebrei, anglosassoni, che spingevano i punti d’arrivo di questa grande via commerciale fin nei paesi renani, le Fiandre, la Frisia e l’Inghilterra [...].
  2. Lanciando un nuovo fascio di strade attraverso l’Europa del nord-ovest: dal Caspio, attraverso i fiumi russi, verso la Germania e verso il Baltico, dove ai mercanti musulmani si sostituivano i mercanti ebrei, slavi o scandinavi. Flusso di relazioni commerciali proveniente dall’Oriente musulmano che andava a confluire, nei paesi renani, le Fiandre, la Frisia, l’Inghilterra, nella corrente partita dal Mediterraneo musulmano: le famose spade di Firandja (l’Impero carolingio), che facevano premio sui mercati musulmani e dei cui principali centri di fabbricazione erano disseminati i paesi di ferriere e di foreste della Mosa e del Reno, si esportavano tanto verso l’est, attraverso i mercati tedeschi e i fiumi russi, che verso il sud, tramite il corridoio rodaniano e il Mediterraneo.
  3. Rigettando Bisanzio verso l’Occidente e i paesi del mare Nero: Bisanzio, privata dalle conquiste musulmane del grano d’Egitto e delle popolazioni marittime e commercianti della Siria, fa appello al grano della pianura del Po, delle Puglie, della Campania e alle marine di Venezia, Bari, Amalfi, Salerno, Napoli, Gaeta; al grano delle terre nere d’Ucraina e ai mercanti russi di Kiev. E quando il mercato occidentale, grazie all’oro musulmano, avrà recuperato un certo potere d’acquisto, diverrà nuovamente, per Bisanzio, lo sbocco dei suoi prodotti industriali e il punto d’arrivo del suo commercio di transito, vale a dire una miniera d’oro ciò che era ai bei tempi del traffico dei Syri, nel V e VI secolo.
  4. Consentendo, infine, l’organizzazione di un vero e proprio commercio mondiale: tramite l’appello ai prodotti dell’Europa barbarica, che lanciano i vecchi centri urbani dell’Oriente e le città create o rianimate dai Musulmani nel bacino occidentale del Mediterraneo. E soprattutto attraverso una serie d’iniezioni d’oro ricollegantisi l’una all’altra, le quali fanno partire, poi nutrono e infine rinforzano i circuiti commerciali (rimessa in circolazione dell’oro tesaurizzato nei palazzi sassanidi e nei monasteri siriani e egiziani, scoperta di oro seppellito nelle tombe dei faraoni, arrivo di nuovo oro da tutte le miniere conosciute, cattura di oro del Sudan) [...]. Ciò che non aveva potuto fare l’effimera riconquista giustinianea – restituire il bacino occidentale del Mediterraneo all’attività generale e fermare la regressione economica dell’Occidente barbarico – si realizzava ora grazie allo stabilirsi, per lunghi secoli, di una dominazione musulmana sull’Africa del nord, la Spagna, la Sicilia [...].

Così, nasce e si sviluppa nell’Occidente barbarico una tendenza che questo non portava dentro di sé: risveglio commerciale, espansione demografica, sviluppo urbano, economia in progresso. Se ne deve cercare l’origine nel mondo musulmano, nell’immenso spazio economico unificato dalle conquiste dell’Islam, dall’India alla Spagna, dalle steppe eurasiatiche al Sudan. In quello stesso mondo islamico dev’essere inoltre cercato il segreto del rinnovamento che si accentua a Bisanzio dal IX secolo [...].

I primi sintomi di una risalita della curva commerciale, demografica, urbana, – in una parola, economica – si scoprono, in talune regioni dell’Occidente barbarico, verso la fine dell’VIII secolo: il tempo, per le conquiste musulmane del VII e dell’inizio dell’VIII secolo, d’organizzarsi e di portare i loro frutti; per i centri di consumo musulmani, di far sentire il loro appello; per il dinar, di penetrare e di trionfare in Occidente; per il mercato occidentale, di ricostituire il suo potere d’acquisto; per il circuito (oro e, in senso inverso, mercanzie), di stabilirsi dal mondo musulmano all’Occidente, dall’Occidente a Bisanzio, da Bisanzio al mondo musulmano.

Il rinnovamento dell’economia resta, all’epoca carolingia, strettamente limitato alle fasce di territorio percorse dalla rete di relazioni commerciali i cui punti di partenza sono situati nel mondo musulmano o bizantino [...].

Ma, da queste regioni precocemente risvegliate alla vita degli scambi, il movimento commerciale e urbano si estenderà, in seguito, a zone sempre più ampie, con avanzate e arretramenti, spostamenti di centri e cambiamenti di rotta: tutta la vita di una rete economica in costruzione [...] è il risveglio dell’occidente, dall’VIII all’XI secolo. Poi, lo sviluppo, nei secoli XI-XII: un nuovo periodo s’apre allora nella storia economica; dopo un periodo orientale, è un periodo occidentale ad avere inizio, per durare fino ai nostri giorni.

Come comprendere questo sviluppo dell’Occidente senza studiare il risveglio che lo precede e lo spiega? E di questo stesso risveglio, come seguire la cronologia, la progressione geografica e le modalità, senza analizzare lo sviluppo economico del mondo musulmano e bizantino che gli è contemporaneo e che lo condiziona? La relazione Maometto e Carlomagno, istituita dal grande storico belga, conserva dunque tutta la sua forza esplicativa, – a condizione di capovolgerne il senso.

Lombard M., Maomhet et Charlemagne. Le problème économique, in Annales. Economies-societes-civilisations, 3, 1948, pp. 196-199.

M. Lombard: Il momento islamico della storia del mondo: secoli VIII-XI

In tutti i campi e sotto tutti gli aspetti l’alto medioevo – dalla fondazione di Costantinopoli nel quarto secolo al grande movimento delle crociate iniziato nell’undicesimo secolo – è un periodo orientale della storia. E lo sono particolarmente i trecento anni che intercorrono tra la metà dell’ottavo e la metà dell’undicesimo secolo, e che coincidono con l’apogeo del mondo musulmano. In quel momento i centri motori della vita economica e culturale si trovano appunto nell’oriente musulmano; dall’occidente, ridotto ad un’estensione di spazi vuoti e recettivi, l’attività commerciale ed intellettuale si è ritirata fin dai tempi della decadenza di Roma e delle invasioni barbariche [...]. L’Oriente musulmano, cioè gli ex territori sassanidi (Mesopotamia ed Iran) e bizantini (Siria ed Egitto) è il crogiolo di una civiltà di sintesi, che in seguito si diffonderà sull’insieme dei territori dell’Islam: dal lato orientale nell’Asia centrale, dal lato occidentale nell’Ifriqiya (Tunisia ed est algerino), nel Magrib-al-aqsa (estremo Occidente), in Barberia, in Spagna e in Sicilia. Quindi nella parte orientale di questo mondo [...] si ha un fenomeno di continuità, rinvigorito però da uno slancio nuovo, e nella parte occidentale si ha un vero e proprio rinnovamento. Infatti, contrariamente alla nota tesi di Pirenne, noi pensiamo che proprio mediante la conquista musulmana l’Occidente abbia ripreso contatto con le civiltà orientali e, attraverso queste, con i grandi movimenti mondiali del commercio e della cultura. Mentre le grandi invasioni barbariche del quarto e del quinto secolo avevano provocato il regresso economico dell’Occidente merovingio e poi carolingio, la creazione del nuovo impero islamico diede il via, sempre in Occidente, a uno stupefacente progresso. Se le invasioni barbariche fecero precipitare la decadenza dell’Occidente, le invasioni musulmane produssero il rilancio di una nuova civiltà. In altre parole, a proposito dell’arrivo dei barbari in Occidente, possiamo discutere di continuità e di regresso economico; invece della conquista araba sull’insieme dei territori musulmani possiamo affermare che non causò fratture e che generò anzi uno slancio prodigioso [...].

L’estensione geografica delle conquiste dall’Asia centrale alla Spagna include nella sfera musulmana – dentro i confini o nelle zone di influenza – i territori situati nel cuore del mondo antico. Erano i territori allora tra i più importanti economicamente per i loro prodotti agricoli, industriali o minerari, ma anche per la loro organizzazione commerciale [...], e infine per le loro popolazioni operose [...].

Appare evidente allora il valore della posizione del mondo musulmano al centro del mondo antico. L’Islam non è una civiltà piombata all’improvviso da un altro pianeta; è invece strettamente congiunto con la storia di tutte le regioni che circondavano la sua culla e sulle quali si è esteso in maggiore o minore misura [...]. Il centro del mondo musulmano si trova nella regione degli istmi, tra il golfo Persico, il mar Rosso, il Mediterraneo, il mar Nero e il Caspio. È quindi situato nel punto in cui si incontrano due grandi sfere economiche: quella dell’Oceano Indiano e quella del Mediterraneo. Riunite ai tempi dell’ellenismo, poi separate in due mondi rivali, il romano-bizantino e il parto-sassanide, queste due sfere si fonderanno ancora per merito della conquista musulmana, in un nuovo ed immenso territorio economicamente unificato.

Questa unità poggerà su vaste relazioni commerciali attraverso le vie carovaniere e marittime, su una moneta predominante, il dinar musulmano, su una lingua commerciale internazionale, l’arabo; sarà però facilitata anche dall’avvento di un nuovo mondo, permeabile al passaggio delle tecniche, favorevole al confronto tra procedimenti orientali e bizantini e alla diffusione dei primi attraverso il mondo musulmano.

Infine, tale unità sarà facilitata dal reintrodursi, nel commercio mondiale, dei grandi mercati di consumo del Mediterraneo occidentale, con città nuove (Kairuan, Tunisi, Fès) oppure con città ridiventate rigogliose (Siviglia, Cordova, Palermo).

Questi nuovi centri urbani dell’Occidente si troveranno in stretti rapporti con i loro corrispondenti orientali, città di antica fondazione ellenistica, come Alessandria e Antiochia, o di fondazione recente, come il Cairo o Baghdad [...].

Questo mondo musulmano, mondo di sintesi, come l’ellenistico e il romano, ha qualcosa di più degli altri: le dimensioni. Più esteso, aggiunge qualcosa ai due mondi precedenti. Se sovrapponiamo mentalmente i confini dell’impero di Alessandro, dell’impero romano e del califfato musulmano, giungiamo alle seguenti conclusioni [...]. Al mondo romano e all’ellenistico, aggiunge le sue aperture verso la regione dei fiumi russi, verso le vie del Caspio o del Baltico, e anche verso il Sudan e l’Africa centrale, attraverso le piste carovaniere transahariane. L’avvento dell’impero musulmano provoca quindi un amplificarsi degli orizzonti commerciali, l’elaborazione di un campo economico più vasto, più vario, più potente [...].

Se tracciamo una carta monetaria del mondo antico prima che si affermi il mondo musulmano, vediamo tre sfere monetarie ben distinte, tre economie. L’Occidente barbaro è press’a poco interamente privo d’oro, che è sostituito dall’argento, metallo indigeno [...]. Il commercio è in mano ai levantini (Syri), che hanno prosciugato ed esaurito le riserve auree dell’Occidente barbaro. Privo d’oro, l’Occidente è privo della moneta base per il gran commercio mediterraneo; è un paese dove prevalgono sempre più le forme rurali e feudali, mentre aumentano la decadenza urbana e la tendenza all’economia chiusa.

Dal canto suo l’impeto bizantino si trova di fronte a serie difficoltà nel provvedersi d’oro. Innanzitutto, scarsità e irregolarità nei rifornimenti d’oro nuovo, oro di miniera [...].

L’impoverimento aureo è aggravato dalla tesaurizzazione soprattutto ecclesiastica, che sottrae alla circolazione una parte importante dei metalli preziosi a vantaggio dei monasteri della Siria, dell’Egitto e di Costantinopoli [...].

L’impero sassanide non possiede alcuna circolazione aurea. Questo è il territorio del monometallismo argenteo, fondato sul dirham (dracma). Ma nei palazzi dei sovrani e dei signori persiani si ammucchiano enormi riserve d’oro, in forma di gioielli e preziosi arredi. A causa di queste riserve, l’Oriente sassanide assume l’aspetto di un vero divoratore d’oro. Sulla base della moneta argentea, che domina i mercati del medio oriente e dell’Oceano Indiano, con punte verso l’Asia centrale e la regione dei fiumi russi. viene qui svolta un’intensissima attività economica [...]. Dopo avere delineato queste tre sfere monetarie. ci resta da precisare il senso delle correnti che fra esse si formano. Tali correnti si orientano, in sostanza. da ponente verso levante: l’Occidente perde il proprio oro a vantaggio di Bisanzio, e Bisanzio a vantaggio dell’Oriente sassanide. Prima delle conquiste musulmane si produce quindi un movimento lineare da ovest a est, che impoverisce l’Occidente e il Mediterraneo a vantaggio del medio oriente e dell’Oceano Indiano [...]. Le conquiste arabe e la formazione del mondo musulmano [...]. trasformeranno la mappa monetaria [...].

I due fatti essenziali sono l’afflusso dell’oro, che servirà a coniare il dinar (denarios) e lo sfruttamento di grandi risorse: da una parte le risorse d’argento, metallo che sarà la base del dirham (dracma); di rame e di stagno dall’altra, metalli con cui saranno coniate monete di basso valore [...]. L’afflusso d’oro avviene in tre modi: rientra in circolazione l’oro tesoreggiato, arriva oro nuovo. si perfezionano le tecniche di lavorazione.

L’arrivo di oro nuovo, seconda forma dell’afflusso, dipende dallo sfruttamento minerario. L’oro nuovo, l’oro di miniera, in seguito all’espansione dell’Impero musulmano, è quasi una proprietà dei musulmani, sia che possiedano direttamente i luoghi in cui sono le miniere, sia che controllino le vie attraverso cui arriva l’oro dai paesi stranieri [...].

Terzo elemento favorevole all’afflusso d’oro: il progresso delle tecniche nel trattamento del minerale, con l’impiego generalizzato dell’amalgama [...].

Per mezzo del dinar e del dirham musulmani, rispettivamente eredi del nomisma bizantino e della dracma sassanide, si troveranno collegati l’uno all’altro due sistemi monetari un tempo stagni [...]. Vediamo prodursi [...]. un agganciamento della moneta d’argento alla moneta d’oro (bimetallismo mediterraneo), la progressiva fusione delle antiche sfere monetarie bizantina e sassanide, il trionfo della moneta a base aurea e l’estensione della circolazione dell’oro tanto verso est, negli antichi territori sassanidi, quanto verso ovest, nell’occidente barbaro e in Spagna [...].

Concludendo: il mondo musulmano, nella storia monetaria dell’umanità, è caratterizzato dall’afflusso di metallo prezioso [...]. Per l’abbondanza di quello strumento privilegiato di scambio che è l’oro, grandi centri urbani in pieno sviluppo poterono richiedere tutti i prodotti, per quanto lontani, di cui avevano bisogno, un bisogno tanto più forte in quanto era collegato alla ricchezza e all’ascesa di determinati strati sociali. Apparvero così nuove correnti monetarie, nel mondo musulmano e al di fuori di questo, lungo le piste commerciali che di qui partivano. Non si trattava più, come prima della conquista, di uno spostamento lineare della massa metallica. Ma di un tracciato nuovo, di un vero e proprio circuito [...].

Diremo che il mondo musulmano dall’VIII all’XI secolo non è solo il cominciamento di una lunga storia: è anche il punto d’arrivo – e finora il punto culminante – di una storia ancora più lunga, quella delle civiltà urbane dell’antico Oriente, le più antiche delle civiltà umane conosciute, già per tempo riunite nell’impero di Alessandro.

Sono contatti nel tempo, ma anche contatti nello spazio: con la sua posizione centrale nel cuore del mondo antico, con il dominio della regione degli istmi tra le due grandi aree marittime – Oceano Indiano e Mediterraneo -, con il possesso della grande via continentale, la via delle steppe, dei deserti e delle oasi, che dall’Asia centrale conduce all’Africa occidentale, il mondo musulmano è allora in rapporto diretto con altri grandi centri urbani e civili. Fa scambi vantaggiosi, da pari a pari, con l’India, la Cina, Bisanzio. Ha però anche rapporti diretti con mondi giovani, nomadi o forestieri, ancora barbari o imbarbariti (steppe turche, regioni dei fiumi russi, mondo nero, Occidente cristiano) sui quali farà sentire il suo influsso e dai quali contemporaneamente attingerà forze vive. Il mondo musulmano è un ponte gettato tra mondi periferici.

Di qui l’importanza delle strade [...].

Di qui anche l’importanza della rete urbana. Le fila delle relazioni economiche e culturali si tendono da una città all’altra. Lungo le strade si propagano gli influssi della città. La rete delle metropoli costruisce l’impalcatura economica, sociale e culturale del mondo musulmano [...].

Di qui infine l’importanza dell’economia monetaria: abbondanza di dinar coniati, dovuta all’afflusso di oro nuovo, e impulso del credito, che raddoppia la circolazione della moneta [...].

Lombard M., Splendore e apogeo dell’Islam, Rizzoli, Milano 1980; pp. 9; 14-15; 17; 19-20; 120-121; 125-142; 273-275.

Postumo, raccoglie studi condotti tra il 1957 ed il 1960.

S. Lopez: Papiro, spezie, tessuti pregiati e valuta aurea non sono “scomparsi” in seguito alla conquista musulmana

Non è mia intenzione mettere in dubbio il nucleo centrale delle conclusioni di Pirenne. Mahomet et Charlemagne e i Grundlagen di Dopsch – per quanto profondamente si possa dissentire su questioni di dettaglio e su tutta una serie di implicazioni – hanno aiutato gli storici a mettere a fuoco che la loro tradizionale divisione delle età era errata: le invasioni germaniche non segnarono l’inizio di una nuova era; le invasioni arabe sì. Questo è indubbiamente vero per quanto riguarda la cultura. Il grande urto dei Germani è stato preceduto da una lunga compenetrazione, e fu seguito dalla totale fusione dei nuovi arrivati con le popolazioni conquistate. I successori di Alarico, Teodorico e Clodoveo né volevano, né potevano rompere l’unità morale dell’impero d’Occidente e i suoi collegamenti con l’Oriente. Essi diedero soltanto un’espressione politica a quei particolarismi che già stavano aprendo delle crepe sulla facciata del vecchio edificio romano, senza minare in profondità le sue fondamenta. Tuttavia, la lingua e la letteratura latina, per quanto il loro grado di avanzata barbarizzazione possa aver subito un’accelerazione a causa dell’impatto con i rudi invasori, continuarono ad essere il retroterra comune della cultura europea. I più importanti risultati del mondo medievale “germanizzato”, la Chiesa e l’impero, furono anch’essi eredità e imitazione delle istituzioni romane. Non appena l’Europa fu di nuovo in grado di produrre qualcosa di grande e di originale, le genti romanizzate presero di nuovo la guida [...].

D’altro lato, ovunque gli Arabi posarono il piede sul suolo romano (eccetto che in Spagna ed in Sicilia, avamposti che essi tennero per poco tempo) essi estirparono per sempre le radici classiche. Una lenta ma radicale rivoluzione impose alle masse in Siria, in Egitto e nel nord Africa una nuova civiltà, il linguaggio e la religione della quale (queste tipiche espressioni dell’anima di un popolo) divennero il linguaggio e la religione dei conquistatori. Non vi fu alcuna forma di architettura arabo-romana e nessun Imperium arabo. Anche dove vi furono imitazioni, dalle tre culture – greco-romana, persiana e semitica – si sviluppò un’originale mescolanza.

Comunque né Pirenne né Dopsch danno tanta importanza alle relazioni culturali quanta invece ne attribuiscono alle condizioni sociali ed economiche [...]. Le basi della teoria economica di Pirenne sono più solide [di quelle di Dopsch]? Per prima cosa, non si può non essere colpiti dalle quattro “sparizioni” che egli indicò come i sintomi di una spaccatura dell’unità economica dei paesi mediterranei dopo le invasioni degli Arabi. Papiro, tessuti orientali pregiati, spezie e circolazione aurea si ritirarono gradualmente verso la parte orientale del Mediterraneo; sotto i Carolingi l’Europa abbandonò quasi completamente il loro uso. La documentazione di Pirenne è impressionante.

E tuttavia, ad un attento esame, appare chiaro che le quattro sparizioni non furono contemporanee né all’avanzata degli Arabi né tra di loro; in verità non è esatto parlare di sparizioni. Il papiro era confezionato esclusivamente in Egitto e questa provincia fu conquistata dagli Arabi tra il 639 e il 641. Ma fu solo nel 692 che la cancelleria merovingia cessò di usare il papiro per i documenti ufficiali. Altri centri di potere del mondo cristiano [...]. continuarono ad usare il papiro per parecchi secoli ancora. La moneta d’oro cessò di essere battuta in Francia, manifestamente, solo nella seconda metà dell’ottavo secolo; in Italia essa giunse ad una fine repentina, intorno all’800 – una data di nessuna importanza per il califfato, ma fondamentale per l’Europa. Inoltre ci fu una brillante ripresa della circolazione aurea sotto Ludovico il Pio; e l’oro mantenne un posto importante tra i mezzi di scambio, almeno in Italia ed Inghilterra, sotto forma di monete straniere e contraffatte, polvere metallica e lingotti [...].

In presenza di queste circostanze sembra difficile mantenere una tesi “catastrofistica” e ravvisare nelle conquiste arabe la causa dell’improvviso collasso dei commerci internazionali, il quale avrebbe prodotto, a sua volta, profondi rivolgimenti interni sia in campo sociale che economico. In altre parole, non ci sono improvvisi cambiamenti come immediata e diretta ripercussione delle conquiste arabe. Il commercio internazionale non fu spazzato via tutto d’un colpo, l’economia “chiusa” non sbocciò subito nelle regioni al di fuori dello splendore della Mezzaluna musulmana. Tuttavia, nell’economia del mondo occidentale si affermarono lentamente nuove tendenze. Tali tendenze dovrebbero essere messe in relazione alle condizioni esistenti nel mondo arabo o bizantino, giacché è probabile che qualunque perturbamento nell’approvvigionamento europeo di merci orientali abbia avuto origine in avvenimenti accaduti in qualche luogo dell’Oriente.

Lopez R.S., Mohammed and Charlemagne: a revision in Speculum XVIII/1, 1943.

R. Boutruche: La decadenza degli scambi tra Oriente e Occidente precede la conquista islamica

Le tesi di Henri Pirenne e dei suoi seguaci hanno dato lustro ad un dibattito che, iniziato molto tempo prima di loro, si perpetua aspramente. I barbari, secondo lo storico belga, hanno distrutto l’unità politica del mondo romano, ma hanno conservato le sue istituzioni, la sua cultura, ma soprattutto la sua vita di relazioni, che aveva il proprio asse nel Mediterraneo, via di scambi tra l’Oriente industriale e l’Occidente agricolo. Il mondo antico continua, finché non giunge la spinta dell’Islam. A partire dall’VIII secolo è la fine del mare familiare, intorno al quale, secondo Platone, gli uomini si accalcavano “come formiche o ranocchie intorno ad uno stagno”. Due mondi ostili si ergono ormai intorno alle sue sponde: alla croce si oppone la mezzaluna. E i cristiani, secondo un cronista arabo, “non possono più far navigare una tavola sul mare”. Certo l’impero bizantino dispone di una flotta abbastanza potente per difendere una parte delle sue sponde dalle conquiste musulmane e mantenere alcune relazioni con l’Oriente. Ma non è in grado di conservare le sue comunicazioni marittime con il Mediterraneo occidentale, infestato dalla pirateria e come isolato dal mondo. Per contraccolpo sparisce la maggior parte dei mercanti professionisti, eccetto gli Ebrei e i Frisoni; gli scambi interni avvengono al rallentatore, la moneta d’oro si rarefà, poi cessa d’avere corso, la vita urbana è paralizzata; gli stati infine si trasformano, all’interno di un mondo il cui centro di gravità si sposta dal sud verso il nord e che si germanizza [...].

Carlo Magno ha tentato di riorganizzare questo nuovo mondo, di conferirgli una certa unità, tenendo conto dell’evoluzione subita e consacrando la “rottura tra Occidente e Oriente” [...]. In questo modo Maometto ha preparato Carlo Magno [...]. Aiutate da uno stile colorato, evocatore, e da formule mirabili, queste visioni sintetiche hanno esercitato una seduzione che fa ancora presa su qualcuno.

Pirenne ha considerato con sorridente ottimismo il movimento commerciale prima dell’ottavo secolo, poi ha perso ogni fiducia, sotto i colpi delle invasioni musulmane, affrontando l’età carolingia. Egli ha aperto troppo il Mediterraneo della prima età medievale, poi lo ha troppo chiuso dopo le conquiste arabe [...]. Nel mondo di allora, come egli lo concepisce, quasi tutto si ordina e si incastra in funzione di temi economici, fra i quali il tema degli scambi occupa un posto abusivo. Molto presto, per una sorte comune a molte tesi storiche, è venuta la reazione. Quando appaiono esse brillano d’un vivo splendore, che si offusca rapidamente; ma stimolano la ricerca e così giovano, anche con i loro errori, alla conoscenza del passato [...].

A dare ascolto ai più audaci di essi (gli storici anti-pirenniani) l’espansione dell’Islam ha avuto come conseguenza la rinascita economica dell’Occidente e non il suo regresso [...]. Anche il risollevamento dell’impero bizantino sotto la dinastia macedone è in rapporto con lo slancio dato agli scambi dai musulmani.

Queste possenti teorie suggeriscono una visione del mondo che non si basa più sulla considerazione esclusiva dell’Occidente. Questo torna ad essere una casella sullo scacchiere universale. Ma il sistema di spiegazioni è soltanto abbozzato. Noi speriamo che di tutto questo venga data una dimostrazione decisiva, che non si appoggi su dati offerti unicamente dall’immaginazione creatrice, e che non resti perciò come un semplice punto di vista aggiunto aitanti, in cui si impantanano talvolta le scienze storiche. Facciamo ben attenzione a non attribuire all’VIII secolo ciò che appartiene all’XI, o ad un intero continente ciò che vale solo per alcune regioni. Facciamo ugualmente attenzione a non abbassare Bisanzio o l’Occidente di tanto quanto innalziamo l’Islam, dimenticando che le cause del loro declino e del loro slancio debbono essere ricercate non solo nelle loro relazioni con l’esterno, ma anche nella loro organizzazione interna [...].

Pirenne era assillato dallo spauracchio arabo? Come non farsi prendere, per reazione, dal miraggio orientale? [...].

Riuniamo adesso ciò che sembra acquisito o quasi, e distinguiamo, per la chiarezza dell’esposizione, tra il periodo che precede gli inizi dell’VIII secolo e l’età seguente… Benché le tracce lasciate nella documentazione dagli scambi tra i regni barbarici d’Occidente, considerati in blocco, e l’Oriente bizantino e sassanide, abbiamo infiammato le immaginazioni, la loro entità, già ridotta nel Basso impero, è rimasta modesta dopo le invasioni [...].

Il traffico diminuisce sensibilmente a partire dal VII secolo… Il periodo carolingio ha avuto dunque inizio, con Carlo Martello, all’insegna di un vero marasma negli scambi a lunga distanza [...].

Una simile situazione non è il risultato di una catastrofe che avrebbe paralizzato con un sol colpo il commercio a lunga distanza, bensì di una evoluzione interna iniziata già durante il Basso impero e accelerata da fattori esterni. Saccheggiato dalle invasioni germaniche, privato di una parte delle sue regioni mediterranee dalle conquiste devastatrici di Giustiniano, l’Occidente barbarico ha ricevuto dagli Arabi un nuovo colpo di mazza e risentito duramente degli effetti della loro irruzione: pirateria sul mare e brigantaggio sulle coste, incursioni saracene fino in Provenza e in Aquitania, guerre e concorrenza economica tra l’Islam e Bisanzio. Con il blocco praticato da Bisanzio, alla metà dell’IX secolo, di una parte delle coste musulmane, l’impero doveva contribuire più del suo avversario a isolare l’Occidente dal levante.

In realtà i musulmani non hanno abbassato una cortina al centro del Mediterraneo, né mandato in rovina le relazioni che essi avevano interesse a conservare. Durante il loro insediamento, fatto di flussi e riflussi, essi hanno soltanto apportato la loro nota in un concerto che aveva avuto inizio prima della loro entrata in scena. L’Occidente si era impoverito da lungo tempo [...]. Povero d’uomini, l’Occidente è inoltre indebolito nella produzione, nei mezzi di esportazione, nei modi di pagamento. Anche qui i prodromi sono antichi. Da quando le nostre regioni si sono aperte ai prodotti orientali, la loro bilancia è stata deficitaria, poiché gli acquisti non erano compensati dalle vendite.

Boutruche R., Signoria e feudalesimo, vol. I, Il Mulino, Bologna 1971.

Un breve testo del sec. VIII dalla Northumbria (Inghilterra settentrionale)

Dopo le numerose pagine storiografiche sopra indicate, viene qui riportato un breve brano tratto dalla Epistula de obitu Bedae, nella quale il diacono northumbro Cuthbert riferisce al suo conlector Cuthwin le circostanze degli ultimi giorni di vita del comune maestro, Beda il Venerabile. L’Epistula è pressoché sempre riportata in appendice ai manoscritti della Historia Ecclesiastica Gentis Anglorum, l’opera più nota e studiata di Beda.

Quest’ultimo trascorse tutta la propria vita nei monasteri gemelli di Wearmouth e Jarrow, situati nel nord dell’Inghilterra – con la sola, minima eccezione di un viaggio nella vicina città di York – e vi morì nel 735, essendo quindi perfettamente collocato nel periodo che interessa la “questione Pirenne”.

Di notevole interesse è dunque l’elenco dei pochi beni materiali che Beda lascia ai confratelli, cioè “piperum, oraria et incensa”, merci necessariamente provenienti da regioni occupate dai Musulmani e che tuttavia dovevano essere ancora presenti in Europa settentrionale e non, come sosteneva Pirenne, del tutto scomparse dal circuito mercantile.

Certo sarebbe possibile obiettare che Beda era il magister più famoso del suo tempo, e quindi uno dei possibili destinatari di merci preziose; ma le fonti del tempo concordano nel descriverlo come un monaco esemplare, schivo, umile e dedito ad una vita modesta totalmente scandita dallo studio, dall’insegnamento e dalla preghiera, assolutamente lontana da ogni forma di fasto e ricchezza. Inoltre è facile ricordare che ancora secoli dopo i francescani si chiedevano se fosse lecito possedere libri non strettamente legati alla liturgia; e giammai avrebbero accettato di possedere spezie, che pure erano senza dubbio più facilmente accessibili rispetto al sec. VIII.

Oltre all’uso strettamente legato all’ambito storico, il brano potrebbe essere anche spunto per esemplificare l’evoluzione della lingua latina verso canoni ormai alquanto lontani da quelli classici, soprattutto in testi come questo, di tipo eminentemente pratico, e pur redatti da clerici che non si erano certo formati soltanto sulla Vulgata e sui testi dei Padri della Chiesa, ma che sappiamo per certo avidi lettori di autori del livello di Virgilio e Marziale.

[...] A nona hora dixit mihi: “Quaedam preciosa in mea capsella habeo, id est piperum, oraria et incensa. Sed curre uelociter, et adduc presbiteros nostri monasterii ad me, ut ego munuscula, qualia mihi Deus donauit, illis distribuam”. Et hoc cum tremore feci. Et praesentis illis locutus est ad eos et unumquemque, monens et obsecrans pro eo missas et orationes diligenter facere. Et illi spoponderunt. Lugebant autem et flebant omnes, maxime autem in uerbo quod dixerat, quia existimaret quod feciem eius amplius non multo in hoc seculo esse uisuri. [...]

da Guthberti epistula de obitu Bedae in Bede’s Ecclesiastical History of the English People (ed. by B. Colgrave and R.A.B. Mynors), Oxford, Claredon, 1969

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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Inoltre, i saggi dedicati al periodo nelle grandi opere quali la Storia Universale Cambridge, la Storia Economica Cambridge (entrambe edite in Italia da Garzanti), Propileen (pubblicati in traduzione italiana negli anni Sessanta da Mondadori), la Storia d’Italia Einaudi, la Storia della Chiesa (dir. da H. Jedin) per i tipi della Jaka Book, la Nuova Storia della Chiesa (dir. da J. Danielou e H.-I. Marrou), etc. Nonché quelli reperibili negli Atti delle Settimane di studio del Centro Italiano di studi sull’Alto Medioevo di Spoleto.

Tra le riviste più attente al periodo si segnala Romanobarbarica, edita a Roma dalla Herder.

NOTE AL TESTO

Nota 1: Ormai è universalmente accettato che il termine Medioevo (“Media Aetas”) comparve per la prima volta nel titolo di un’opera storiografica (e risulta quindi universalmente accettato come punto di riferimento temporale) nella Historia Medii Aevi di Christoph Keller (Cellarius), risalente al 1688. [torna al testo]

Nota 2: Cfr. Runciman S., A History of the Crusades, London, Cambridge University Press, 1951 (tr. it. Torino, Einaudi 1966), passim. [torna al testo]

Nota 3: Quasi naturalmente questa sarà la prima fra le tre indicate, pur non escludendo soluzioni diverse. Sia pure per inciso vorrei sottolineare che considero fondamentale nell’insegnante la capacità di anzitutto narrare i fatti nel loro effettivo svolgimento, il che presuppone una conoscenza dei contenuti disciplinari di solito ben superiore a quanto mediamente richiesto ad un laureato in Lettere, Filosofia, Materie Letterarie o Pedagogia (magari non reduci da un curriculum universitario diverso da quelli ad indirizzo storico), quali sono la pressoché totalità degli insegnanti di Storia sia dei bienni che dei trienni delle Scuole Medie di secondo grado. [torna al testo]

Nota 4: Ritengo necessario precisare che, almeno sulla base dell’esperienza di insegnamento mia e di molti colleghi con i quali ho avuto modo di discutere, l’insegnamento della Storia nei Licei (e credo di poter estendere a qualsiasi altra Scuola superiore) non è facilitato, ma anzi ostacolato dall’utilizzo di un gran numero di fonti documentali, mentre è senza dubbio reso più agevole e gradito agli allievi dall’uso moderato di documenti dell’epoca studiata e dall’esame di pagine di storiografia individuate ad hoc, di cui ormai abbondano quasi tutti i manuali in uso, e che risultano altresì reperibili nei diffusi testi specifici. [torna al testo]

Nota 5: Pirenne H., Mahomet et Charlemagne, in Revue belge de philologie et d’histoire, t.II, 1922, p. 77; tr. it. Maometto e Carlomagno, Bari 1969. Cfr. anche Pirenne H., Un contraste économique. Mérovingiens et Carolingiens, in Revue belge de philologie et d’histoire, t.II, 1923, p. 223. [torna al testo]

Nota 6: Si potrebbe obiettare che Carlomagno ha conquistato in Italia il regno dei Longobardi e in Spagna la regione compresa tra i Pirenei e l’Ebro. Ma queste spinte verso il Sud non si spiegano con il desiderio di dominare le rive del Mediterraneo. La spedizione contro i Longobardi sono state provocate da cause politiche e soprattutto dall’alleanza con il papato. L’occupazione della Spagna del Nord non aveva altro fine che di stabilire una solida frontiera contro i Musulmani. [torna al testo]

Nota 7: Grande isola del Baltico a 80 km circa dalla Svezia meridionale. [torna al testo]

Nota 8: L’abbazia benedettina di Corbie, non lontano da Amiens, nella Francia del Nord, venne fondata alla metà del VII secolo. [torna al testo]

Nota 9: Magazzino del fisco. [torna al testo]

Nota 10: Cfr. Gregorio di Tours,. Historia Francorum (a cura di M. Oldoni), Milano 1981. [torna al testo]

Nota 11: Le emanazioni normative dei re franchi. [torna al testo]

Nota 12: Il possedimento fondiario tipico del periodo carolingio. [torna al testo]

Nota 13: Monaco anglosassone impegnato, nella prima metà dell’VIII secolo, nell’evangelizzazione delle regioni tedesche ad est del Reno. [torna al testo]

Nota 14: Sappiamo che con l’avvento degli Abbasidi la regione siriana perdette peso politico e la capitale del califfato venne trasferita nella nuova città, Baghdad. [torna al testo]

Nota 15: Atto di una cancelleria reale o imperiale. [torna al testo]

Nota 16: In greco significa “altissimo, supremo”, ed era l’appellativo con cui venivano designati nell’Italia bizantina i dignitari imperiali a Venezia e a Gaeta. [torna al testo]

Nota 17: Dopsch riassume qui le tesi dello storico belga, da quest’ultimo enunciate per la prima volta sulla Revue belge de philologie et d’histoire in due articoli apparsi nel 1922 e ‘23. [torna al testo]